Il giullare del Novecento

A cent’anni dalla nascita, ricordiamo Dario Fo, Nobel per la letteratura, artista che ha unito satira, teatro popolare e impegno civile, lasciando
un segno profondo nella cultura contemporanea.
A cento anni dalla sua nascita, l’Italia e il mondo del teatro celebrano Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, artista che ha saputo trasformare la satira in uno strumento di consapevolezza civile. Come ricorda in Il paese dei Mezaràt, libro-racconto sulla sua infanzia, «tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato». La sua storia inizia in un piccolo centro della provincia di Varese, Sangiano, in una famiglia semplice: il padre è un capostazione socialista, la madre una donna di talento e fantasia.
Il piccolo Dario, insieme ai fratelli e ai genitori, trasloca continuamente per seguire i trasferimenti imposti dalle Ferrovie al papà. Di paese in paese, sempre all’interno dello stesso ambiente culturale: quello della narrativa non ufficiale, che si ritrova tra i soffiatori di vetro, i pescatori del lago e le osterie. È qui che il giovane apprende l’arte della fabulazione, grazie anche alla fondamentale presenza del nonno materno, un agricoltore della Lomellina che, per vendere verdura, raccontava favole grottesche mescolate alla cronaca locale in una sorta di giornale satirico parlato.
Gli anni della formazione sono segnati dalla guerra, dal discusso arruolamento volontario nelle file della Repubblica sociale italiana (Rsi) e dalla diserzione poi. Studente all’Accademia di Brera, dopo la liberazione Fo riprende gli studi iscrivendosi anche ad Architettura. In quel periodo di pendolarismo, da Luino a Milano, i treni diventano il primo teatro: i suoi racconti paradossali divertono compagni di viaggio e compagni di Università e Dario inizia a essere invitato a esibirsi durante feste e serate in locali popolari.
Nel Dopoguerra in Italia esplode una vera e propria rivoluzione artistica, soprattutto grazie alla nascita dei teatri stabili, il più famoso dei quali è il Piccolo di Milano, che sviluppano l’idea di scena nazional-popolare. Fo, che è un insaziabile spettatore, è coinvolto da quell’effervescenza fino a decidere di abbandonare a pochi esami dalla laurea il Politecnico e il lavoro che svolgeva in uno studio di architettura per dedicarsi totalmente al teatro.
Nel 1950 si presenta a Franco Parenti con un testo scritto di suo pugno e inizia a essere impiegato prima come attore, poi come drammaturgo. Attraverso Parenti incontra Franca Rame, moglie e compagna inseparabile, coautrice dei suoi testi e prima attrice degli spettacoli che insieme portano in scena, fondamentale nel rinnovamento del loro teatro comico.
La Compagnia Fo-Rame dalle brillanti commedie degli anni Cinquanta passa alla satira politica e, negli anni Settanta, accentua l’ispirazione militante e di protesta del suo teatro. I coniugi Fo cercano luoghi di rappresentazione alternativi: piazze, case del popolo e fabbriche, dove sia possibile incontrare le classi popolari. Negli anni Ottanta la Compagnia si dedica a una satira più divertita e il suo ideatore si cimenta anche nella regia di qualche opera lirica, soprattutto di Gioachino Rossini.
Il seguito sulla rivista.
di Marta Perrini


