Nouvelle vague

Foto gentile concessione per utilizzo promozionale – Lucky Red

Per cinefili, ma non solo. Se alla proiezione di gala all’ultimo Festival di Cannes, Nouvelle vague (nelle nostre sale dal 5 marzo) è stato accolto con undici minuti di applausi, non è stato solo per l’entusiasmo di chi aveva ritrovato sullo schermo il germoglio di una stagione fondamentale per la storia del cinema europeo, ma anche per l’estrema godibilità di un film appassionato e divertente. Per di più, girato in un suggestivo ed elegante bianco e nero. Non è, infatti, uno scopo didascalico, quello del regista americano Richard Linklater, quanto piuttosto la voglia di esaltare la passione contagiosa che è all’origine del fare cinema. Un atto d’amore, insomma, attraverso la ricostruzione di fatti e misfatti vissuti nel 1959 attorno al set di Fino all’ultimo respiro (titolo originale À bout de souffle), il film di Jean-Luc Godard che, assieme a I 400 colpi di François Truffaut e Hiroshima mon amour di Alain Resnais, diede il via al movimento culturale della Nouvelle vague. Alla base di tutto la ribellione, da parte di un gruppo di giovani critici nonché entusiasti cineasti (molti provenienti dalla redazione dei Cahiers), alle regole imposte dal cosiddetto cinema di papà. Una vera rivoluzione cinematografica fatta con l’uso innovativo dei flashback nel racconto; un budget limitato con poche settimane di riprese; una scarna sceneggiatura, rimpolpata giorno per giorno dal regista direttamente sul set in base alla visione dei giornalieri; il ricorso a inquadrature meno fisse e calibrate, rinunciando ai binari per le carrellate o trasportando la piccola macchina da presa su una bicicletta.

Il seguito sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

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