Referendum la posta in palio

Siamo chiamati a votare non tanto sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici (che nei fatti c’è già), ma per cambiare l’equilibrio dei poteri disegnato dai padri costituenti.
E allora andremo a votare. Confermata la data del referendum al 22 e 23 marzo e corretto il quesito secondo le indicazioni della Cassazione, gli italiani saranno chiamati a esprimersi sulla riforma della giustizia. Non una riforma qualsiasi visto che tocca articoli fondamentali della Costituzione.
Nella campagna referendaria la fa da padrone il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti (cioè i pubblici ministeri) e quelli giudicanti. In realtà è la questione minore visto che, con le riforme che si sono succedute in Parlamento, ultima quella cosiddetta Cartabia, la separazione, nei fatti, c’è già. Sui circa 9.700 magistrati italiani, infatti, appena lo 0,83 per cento (pari a un’ottantina) ha cambiato funzioni negli ultimi cinque anni. Non solo, chi lo ha fatto ha dovuto cambiare distretto (in molti casi significa cambiare regione) secondo le norme che regolano il passaggio. Perché allora accanirsi su questo tema? Forse perché la posta in gioco è un’altra? Proviamo a spiegare.
Gli otto articoli della riforma pubblicata in Gazzetta Ufficiale dopo il doppio passaggio in Parlamento (è bene ricordare che quando nelle votazioni non si raggiungono i due terzi necessari per cambiare la Carta costituzionale è obbligatorio, se richiesto, il referendum confermativo) tracciano nuovi equilibri di potere.
Guardiamo agli articoli 3 e 4. La riforma sdoppia il Consiglio superiore della magistratura (l’organo di autogoverno dei giudici), in due: un Csm per la magistratura giudicante e uno per quella requirente. L’articolo 3 prevede che entrambi siano presieduti dal presidente della Repubblica. Lascia molti dubbi, però, la composizione degli organismi. Ne faranno parte, infatti, per due terzi magistrati estratti a sorte (cioè scelti a casaccio tra i quasi 10 mila) e per un terzo professori ordinari e avvocati, sì estratti a sorte, ma da un elenco compilato dal Parlamento (cioè dal Governo, come purtroppo stiamo vedendo in questi anni) di cui non è fissato il numero. Ciò vuol dire che, mentre i magistrati saranno sorteggiati a casaccio tra un’ampia platea, quelli scelti dal Parlamento potrebbero essere selezionati mediante sorteggio da un elenco composto anche da poche decine di candidati, con una compattezza e uno schieramento di parte molto marcato. Ma non basta. Con l’articolo 4 si modifica il dettato costituzionale nei compiti assegnati al Csm, di fatto svuotandolo dei veri poteri. Se, infatti, continuano a spettare ai due Csm separati «le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati», la funzione disciplinare nei riguardi dei giudici è attribuita a un’Alta Corte. È qui che si annida il pericolo maggiore. Anzitutto perché il presidente di quest’ultima sarà sempre scelto tra i tre indicati dal presidente della Repubblica (professori universitari o avvocati) e i tre (sempre professori universitari o avvocati) estratti a sorte dall’elenco del Parlamento, mentre vengono esclusi i nove magistrati che ne farebbero parte (anche questi estratti a sorte tra i quasi 10 mila).
Il seguito sulla rivista.
di Annachiara Valle


