Il valore del silenzio

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Io con il silenzio non ci so fare. Non parlo di quell’afflato coinvolgente che lascia trasparire lo spirito, agnostico o credente, non disturbato da alcun rumore. Parlo di quei momenti di pausa tra un vociare e l’altro, che mi viene spontaneo interrompere con banali «che dici?», «cosa ne pensi?», «allora?» e altre amenità del genere. Mi infastidisce stare con una persona e avere la sensazione che non si abbia nulla da dirsi. E, riconosco, finisco per disturbare. Me lo rimproverano spesso. Succede soprattutto con i miei figli, quando il silenzio diventa per me un vuoto da riempire a tutti i costi.
Qui la questione si fa più complessa. Perché mi porto dentro, fin da quando erano piccoli, l’ansia da prestazione paterna. In altre parole: l’obiettivo di educare, lasciare il segno, indicare una via. Ho spesso ricordato a me stesso che è proprio nelle situazioni più critiche che devo pronunciare, magari con garbo e intelligenza, parole significative, illuminanti, che facciano capire al bambino o alla bambina cosa vuol dire stare in società, come si affrontano le piccole e grandi scelte della vita, cosa significa condividere, apprezzare, valorizzare, rispettare, accogliere, essere generosi e così via. Contano l’esempio e la testimonianza, certo, come insegnano i pedagogisti. Ma per me contano anche le parole (a volte, lo confesso, sfociate in piccoli sermoni).

Il seguito sulla rivista.

di Vittorio Sammarco

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