Rosso volante

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Stefano Rotta racconta la storia del campione di bob Eugenio Monti.

C’è stato un tempo in cui lo sport e il fascino della sua avventura epica sono passati al mondo quasi solo in forma di racconto, materia per cantastorie: un’epoca che pare irrimediabilmente perduta ora che le telecamere invadono ogni anfratto.
Eppure Rosso volante di Stefano Rotta, uscito a pochi giorni dai Giochi di Milano Cortina, sembra appartenere a quell’epoca andata. Non solo perché torna indietro a una storia del passato, quella di Eugenio Monti e del suo “genio” sportivo e umano, ma perché lì dentro, per merito di una scrittura non banale, lo sport torna a farsi una faccenda di parole che suonano: epica, romanzo, racconto, cose destinate a rimanere ben al di là di una fugace discesa nel ghiaccio.
Monti se n’è andato con un gesto tragico nel 2003: il libro neanche nella mente nel Signore, il sipario sulle imprese del Rosso Volante – conio di Gianni Brera che dà il titolo al libro – già calato prima che l’autore nascesse. Ma il castello dei destini incrociati esiste, non solo nella fantasia di Italo Calvino, e si snoda lungo la traccia sinuosa di una pista da bob.
Rotta, come le è venuto in mente di scrivere un libro tra saggio e romanzo – lei che è nato nel 1985 – su un bobbista che ha vinto l’ultima medaglia a Grenoble nel 1968?
«Bisogna tornare al 2009. Avevo 23 anni e facevo la cronaca alla Gazzetta di Parma. Mi chiamò l’editore Enrico Mattesini, fondatore di Limina, oggi scomparso, che pubblicava libri sportivi, e mi chiese se volevo scrivere un romanzo su Monti, forse su suggerimento del mio maestro e amico Andrea Maietti. Non ne sapevo niente, ma, lusingato, accettai mettendo in conto di fare il cronista, di alzare il telefono e chiamare tutti quelli che avevano conosciuto Monti. Ma prima andai su Wikipedia per capire in che cosa mi fossi imbarcato: trovai il bob, una cosa che mi era familiare, con cui giocavo da bambino, e lì scoprii che Amilcare Rotta, il nonno che non avevo conosciuto, era stato presidente della Federazione internazionale di bob e toboga negli anni d’oro di Monti. Nella vita faceva il notaio e non aveva riempito la casa di cimeli, solo grazie al libro ho trovato tra le sue carte foto e articoli. Il libro che doveva ancora nascere mi stava riconnettendo con la storia della mia famiglia».
Che cosa ha scoperto?
«Mio nonno era stato prima pugile, poi canottiere, poi golfista. Aveva partecipato ai Giochi di Berlino nel 1936. Lui, atleta inizialmente formato durante il regime fascista nel Guf all’Università di Pavia, divenne amico di Jesse Owens e scrisse delle cose stupende sullo sport che affratella i popoli, una cosa che mi ha sempre commosso. Lo scriveva nell’Europa della prima metà del Novecento, dilaniata dalla guerra. E penso che questo abbia inciso sulla mia formazione multiculturale».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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