Carnevali da riscoprire

Il Corso di gala, la sfilata storica a Ronciglione © Domenico Mancini

Oltre ai celebri Carnevali di Venezia e Viareggio, l’Italia ne custodisce altri meno noti ma di straordinario valore storico e culturale. Tra questi spiccano quelli di Bagolino, Sauris e Ronciglione, esempi autentici di tradizioni popolari ancora vive.
Il Carnevale di Bagolino, in Valle Sabbia, nei pressi di Brescia, è uno dei più antichi del Nord Italia. Le sue origini risalgono al Cinquecento e l’evento si distingue per un elemento rarissimo: la centralità della musica e della danza, rimasta pressoché intatta nel tempo. Protagonisti sono i balarì, ballerini mascherati che indossano costumi preziosi tramandati di generazione in generazione. Accompagnati dai sonadur, suonatori di violino, eseguono danze complesse davanti alle case del paese, in un rituale che unisce comunità, ospitalità e memoria. Le melodie, uniche nel panorama alpino, mostrano influenze mitteleuropee, probabilmente conservate grazie all’isolamento geografico del borgo. Accanto a loro si muovono i maschèr, figure grottesche e rumorose che rappresentano il mondo contadino e l’aspetto più irriverente del Carnevale. Con zoccoli chiodati, abiti poveri e movenze caricaturali, incarnano il rovesciamento dell’ordine sociale tipico di questa festa.
Il Carnevale di Sauris, in Friuli, affonda le proprie radici nella cultura germanofona del paese. Protagoniste sono le maschere intagliate nel legno, divise in scheana schembln (belle) e scheintena schembln (brutte), che rappresentano rispettivamente l’ordine e il caos, l’eleganza e la deformità. Un tempo le mascherate iniziavano subito dopo l’Epifania e coinvolgevano tutto il borgo in un lungo ciclo di visite di casa in casa, accompagnate da musica e improvvisazioni teatrali. Figura centrale è il Rölar, unico personaggio a volto scoperto, con il viso annerito dalla fuliggine e i campanacci alla cintura: è lui ad annunciare l’inizio del Carnevale. Insieme al Kheirar, il re armato di scopa, guida un suggestivo corteo notturno nel bosco, illuminato da lanterne e scandito da falò propiziatori, in un rito che simboleggia la fine dell’inverno e la rinascita.

Il seguito sulla rivista.

di Lucilla Perrini

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