Vi auguro di essere eretici

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Questo libro, scritto da Toni Mira, racconta attraverso una intervista la storia di don Luigi Ciotti, dagli inizi a oggi.

Non possiamo chiamarlo «incontro con l’autore» perché Vi auguro di essere eretici. Don Luigi Ciotti, una vita in cammino di Toni Mira (San Paolo) non è un’autobiografia. E nemmeno «incontro con il protagonista», perché quest’ultima è una parola che don Luigi Ciotti mai adopererebbe per sé, se ne schermirebbe subito. Ecco, forse, dovremmo parlare di «incontro con il destinatario»: un po’ perché il libro è un omaggio per il suo 80° compleanno, ma soprattutto per l’uso che don Ciotti ha fatto della vita avuta in dono: restituirla al prossimo, partendo dagli ultimi.
Ed è da lì che ha cominciato a raccontarsi in questa chiacchierata a margine della rassegna Incontri con la scuola di Tino Leanti, al liceo scientifico Copernico di Pavia.
«La prima cosa che devo dire è che la mia non è la storia di un io, ma di un noi. Diffidate dei navigatori solitari, solo unendo le energie diventiamo una forza: etica, sociale, culturale per il bene di tutti. I cambiamenti che sogniamo hanno bisogno di ciascuno di noi. Io, con le mie fragilità e i miei errori, ma anche con la gioia di continuare a spendere un po’ della vita per dare vita, non rappresento me stesso, ma gli incontri che mi hanno fatto arrivare qui».
Don Luigi, cominciamo dall’inizio?
«Nato a Pieve di Cadore, in provincia di Belluno, sono arrivato a Torino a cinque anni, con la mia famiglia migrante dentro l’Italia, perché mio padre aveva trovato lavoro nel cantiere della costruzione del nuovo Politecnico. Non avevamo casa, vivevamo nella baracca del cantiere, che per noi era una reggia, perché un tetto sulla testa è dignità, come lo erano i nostri vestiti presi usati alla San Vincenzo, ma lavati e stirati benissimo da mia madre. Storia di ieri, storie di oggi, in una Italia dove sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. Chissà se sarei qui, ora, senza quella baracca attraverso la quale ho respirato i pregiudizi di chi ti guardava pensando: “Ma guarda come vivono questi straccioni”».
Parlava degli incontri, è vero che è stato un povero su una panchina a cambiarle la vita?
«Avevo 17 anni, andando a scuola per prendere il diploma in telefonia e telegrafia, dal tram vedevo sempre un signore che, ripiegato su una panchina, leggeva sottolineando con una matita rossa e blu. Un giorno tornando sono sceso, ho vinto la mia timidezza, mi sono seduto accanto a lui e gli ho chiesto: “Vuole che le porti un caffè?”. Nessuna risposta. L’ho rifatto il giorno dopo, gli ho offerto un tè. Non rispondeva. I miei compagni mi davano dello scemo: “Non capisci che non vuole risponderti, lascialo in pace”. Pensai: “Forse è sordo”, ma quando il rumore di un urto tra due auto gli ha fatto alzare la testa nella mia direzione, per la prima volta nella vita ho incontrato la disperazione negli occhi di una persona. Il dodicesimo giorno ho saputo che era stato un bravo medico reso barbone dalle ferite della vita. Era nata una relazione tra un ragazzo e un uomo carico di sofferenza. Un giorno dalla panchina, attorno a mezzogiorno e mezzo, mi fece notare una cosa: ragazzi come me entravano in un bar lì vicino, per uscirne poco dopo un po’ traballanti con una strana euforia. Da medico, mi ha spiegato che usavano dei farmaci che mischiavano con superalcolici: “Io sono vecchio e stanco, dovresti fare qualcosa tu per loro”. Dopo qualche giorno, ho trovato la panchina vuota, il mio amico non c’era più, se n’era andato per sempre nella notte, ma mi è rimasta in mente la sua frase».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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