Il minuto di Dio

Un frammento di tempo in radio e in tv ha cambiato la Colombia, creando, con il sostegno di una comunità religiosa locale, un quartiere, un’università e vari servizi sociali nelle periferie del Paese.
Nel cuore vibrante di Bogotà esiste una realtà che è diventata un simbolo nazionale di riscatto e trasformazione. La sua storia comincia con qualcosa di sorprendentemente piccolo: un minuto. Un singolo minuto trasmesso in radio e in televisione, ripetuto giorno dopo giorno per settant’anni. Da quel frammento di tempo è nata una delle opere sociali e formative più influenti del Paese: la Corporación El Minuto de Dios.
A raccontare questa vicenda, in un incontro dedicato alla formazione a cui ho partecipato nella capitale colombiana, è stato padre Camilo Bernal Hadad, figura di spicco dell’opera e testimone privilegiato della sua evoluzione. Parlava con il tono di chi non deve convincere, perché ha visto con i propri occhi crescere un progetto che ha cambiato la vita di centinaia di migliaia di persone. Ascoltarlo in un contesto informale, davanti a un pubblico proveniente da tutto il mondo, ha trasformato una storia conosciuta in filigrana in un racconto vivido, concreto, quasi cinematografico e denso di spiritualità.
La genesi risale agli anni Cinquanta, quando padre Rafael García Herreros, sacerdote eudista, cioè della congregazione francese fondata da San Giovanni Eudes nel Seicento, intuendo la portata sociale della radio e poi della tv – allora ancora una novità in Colombia – decise di chiedere un breve spazio quotidiano da dedicare alla riflessione e alla coscienza civile. «Un minuto basta», diceva. E quel minuto, in una società segnata da povertà, urbanizzazione rapida e tensioni politiche, diventò un appuntamento irrinunciabile. Un gesto semplice che, però, apriva una finestra in cui molti colombiani si riconoscevano.
Ma la svolta avvenne quando il messaggio uscì dallo schermo e cominciò a prendere forma tra le strade polverose della periferia. Padre García, morto nel 1992 e ora sulla via di un riconoscimento delle sue virtù in vista della beatificazione e canonizzazione, comprese che la comunicazione, da sola, non era sufficiente. Bisognava trasformarla in azione concreta. Così nacque il barrio Minuto de Dios, un quartiere costruito con e per le famiglie più vulnerabili. Non si trattava solo di dare un tetto a chi non ce l’aveva: era un progetto comunitario e di fede cristiana, un esperimento sociale che voleva riportare dignità, fiducia e senso di appartenenza.
Nel racconto di padre Camilo, questo passaggio quasi inevitabile. La comunicazione doveva farsi comunità, la comunità doveva generare formazione. E la formazione, a sua volta, avrebbe dovuto creare occasioni di emancipazione. In una Colombia che cercava una via di uscita dalle sue contraddizioni – disuguaglianze profonde, conflitti interni, istituzioni fragili – questo modello integrale risultò rivoluzionario.
Col tempo, l’opera si ampliò con scuole, centri sociali, programmi di imprenditorialità e cooperazione. Ma il cambio di passo decisivo fu la fondazione di Uniminuto, negli anni Novanta. Oggi è una delle più grandi università del Paese, con campus distribuiti in quasi tutte le regioni e una proposta formativa orientata soprattutto ai giovani delle zone periferiche. L’obiettivo non era competere con gli atenei tradizionali, ma colmare un vuoto, offrendo un’istruzione superiore accessibile, pratica, capace di generare mobilità sociale.
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di Roberto Ponti


