Dove nasce Gesù?

Foto AGF

In una Terra Santa lacerata dai conflitti, il Bambino Gesù ci ricorda che ogni nascita è un atto di speranza più forte dell’odio. Per non arrendersi a quella che papa Leone chiama «la globalizzazione dell’impotenza», che ci fa credere che tutto è perduto e che niente può essere cambiato.

Si può nascere a Betlemme, oggi? Si può nascere sotto le bombe, dato che la tregua non è mai stata veramente rispettata, a Gaza? Si può nascere in Cisgiordania dove i coloni israeliani invadono i villaggi e bruciano case, uliveti, fabbriche e macchine? Si può nascere dove l’odio viene praticato in nome di Dio? Si può nascere in Libano dove, nei luoghi in cui camminò Gesù, incrociano duelli i missili di Hezbollah e quelli dell’Israel defense forces (Idf)? Si può nascere oggi, con serenità, in un qualunque Paese del mondo?
Ce lo chiediamo a Natale, quando il nostro pensiero va a quei luoghi che Maria e Giuseppe percorsero insieme per obbedire alle leggi che volevano il censimento, arrivando là dove «non c’era posto per loro». Dovettero scappare in fretta, poi, verso l’Egitto, per sottrarre il loro piccolo alla crudeltà di Erode. Racconti imparati al catechismo o dalla bocca della nonna quando, bambini, ci si affannava attorno alla capanna per aggiungere un po’ di muschio o la carta argentata per simulare il laghetto in cui posizionare paperelle spesso sproporzionate rispetto ai pastori.
Oggi, però, quei racconti antichi non hanno più il sapore delle fiabe. Viene in mente il piccolo Hind Muhannad Deeb Rayan, il bimbo palestinese ucciso a quattro anni, la stessa età del piccolo Ariel Bibas, restituito morto dai terroristi di Hamas assieme al fratellino Kfir di appena nove mesi. Nella terra di Gesù c’è una nuova strage di innocenti. Proprio per questo, però, la Basilica della Natività e la grotta in cui è nato Gesù, la sera del 24 dicembre, tornano a essere centrali nella liturgia e nella professione di fede. Per non arrendersi a quella che papa Leone chiama «la globalizzazione dell’impotenza», quel sentimento che ci fa credere che tutto è perduto e che niente può essere cambiato. Che il cuore dell’uomo continuerà a produrre pensieri di morte, a rimanere abbarbicato a una ricerca di denaro e potere che schiaccia qualunque altro desiderio. Eppure i cristiani che continuano a vivere in Terra Santa, gli artigiani che espongono il Bambinello in vetrine davanti alle quali passano sempre meno turisti e pellegrini, i fedeli che si preparano a celebrare la Nascita nonostante la paura ci dicono che il mondo può diventare migliore. Che nella eterna guerra tra bene e male occorre schierarsi per non far trionfare la cattiveria.

Il seguito sulla rivista.

di Annachiara Valle

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