La correttrice segreta

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Il libro di Emanuela Fontana racconta la storia di Emilia Luti, editor di Alessandro Manzoni.

Sarà stato il peso specifico che la scuola gli ha dato, sarà che nessuno come lui ha letto dentro di noi come popolo, sarà che lo abbiamo sempre incontrato nella saldezza tetragona del marmo o in un ritratto accigliato. Ma ritrovare Alessandro Manzoni tra le pagine di un romanzo, non più autore onnisciente ma personaggio indagato, ci spiazza e simpaticamente ci sorprende, restituendocelo umanissimo.
La correttrice. L’editor segreta di Alessandro Manzoni di Emanuela Fontana, entrato da poco nella collana Oscar bestsellers di Mondadori, è dedicato alla storia del rapporto tra don Lisander e la sua correttrice di bozze toscana, Emilia Luti, figura importantissima eppure per secoli sfuggita alla storia della letteratura, con cui lo scrittore si consultava per la risciacquatura dei panni in Arno, ossia per il fiorentino usato come lingua dell’ultima edizione dei Promessi sposi.
Com’è nato questo romanzo che le è valso il Premio Manzoni 2023?
«Durante il lockdown, sentendo la necessità di occuparmi di qualcosa che fosse socialmente utile, stavo preparando degli esami universitari aggiuntivi per riconvertirmi all’insegnamento. Studiando storia della lingua italiana, nel saggio Lingua italiana di Claudio Marazzini, mi sono imbattuta in una pagina dedicata ai bigliettini scambiati tra Alessandro Manzoni ed Emilia Luti e mi sono chiesta perché non avessi mai sentito parlare di lei nel corso dei miei studi. Non mi è più uscita dalla testa e quando una storia non ti abbandona la devi scrivere».
Dunque aveva ragione Pirandello, sono i personaggi che si impongono?
«Perseguitano. Ero rimasta affascinata da questa giovane donna per l’epoca coraggiosissima, che si era trasferita a Milano da Firenze, per fare la bambinaia e l’istitutrice in casa di Massimo D’Azeglio, genero di Manzoni, da sola, senza mamma, senza essere sposata. Vedevo lei e Manzoni chini sulle bozze del romanzo».
Non ha avuto paura di affrontare un romanzo storico facendo di Manzoni un coprotagonista?
«Temevo gli strali degli addetti ai lavori, per questo non ho inventato Manzoni, mi sono limitata a ritrarlo, anche perché di lui sappiamo molte cose. Ma è un Manzoni meno monumentale di quello che vediamo nelle statue di Lecco e di piazza San Fedele a Milano e meno ombroso di quello del pittore Francesco Hayez che compare sui libri di scuola, ritratto eseguito mentre lo scrittore portava dentro la sofferenza del lutto per una figlia perduta da pochi giorni. Invece dalle lettere agli amici emerge un Manzoni ironico e autoironico: con Emilia si autodefiniva “accattone di parole”. Era un uomo che non nascondeva le proprie fragilità, nelle lettere parlava delle “convulsioni”, che oggi chiameremmo attacchi di panico. Non mi sento di dire che nel romanzo Manzoni sia il coprotagonista ed Emilia la protagonista, anche se è vero che, essendoci sulla storia di lei molti meno dettagli, il lato inventivo, narrativo, nella costruzione del personaggio è più presente».
Si è fatta l’idea del perché il suo ruolo sia stato così misconosciuto?
«Penso sia dipeso dalla società ottocentesca fortemente classista: Emilia apparteneva a una classe sociale ritenuta inferiore, in più era una giovane donna senza marito e orfana di padre. Penso che, in caso contrario, Manzoni non avrebbe potuto lasciarla avvicinare così tanto. Emilia era, per così dire, un’impresentabile. Gli amici del romanziere, tra cui il linguista Niccolò Tommaseo, non si spiegavano perché se ne fidasse tanto, ne erano forse un po’ gelosi, la definivano “l’oracolo” con un po’ di disprezzo. E Manzoni, nell’unica lettera in cui la cita, la definisce “un’altra colta persona”, fa capire che è stata per lui in fatto di lingua l’aiuto più prezioso, ma non ne fa il nome, probabilmente anche per proteggerla».

Il seguito sulla rivista.

di Elisa Chiari

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