Un poeta forte e libero

Foto Casa Carducci-Bologna / foto di Ornella de Carlo

A 190 anni dalla nascita, ricordiamo Giosuè Carducci. Artista complesso, ma anche genuino e coraggioso, come traspare dalle sue opere senza tempo.

Un uomo baciato dal talento e dotato di costanza e impegno, fervente studioso, toscano doc dal carattere irruento e passionale, saldo nei principi, incorruttibile, fiero. Il 27 luglio compie 190 anni Giosuè Carducci, uno dei più importanti poeti del nostro Paese, che ha attraversato gli anni tempestosi dell’impresa dei Mille e dell’Unità d’Italia. Primo italiano, insieme a Camillo Golgi, a vincere il Nobel, ha saputo esprimere il proprio vissuto senza curarsi delle critiche degli eruditi o degli avversari.
Nelle sue liriche si riflette la sua esistenza in nuce con i dolori, le amicizie, gli affetti, l’impegno politico e, nel cinquantennio circa di produzione letteraria, anche le opinioni che il tempo ha limato o radicalmente mutato. Con simpatie repubblicane prime e monarchiche poi, noto per essere anticlericale, ha finito col tornare al cattolicesimo. È stato liberale e massone, romantico e decadente insieme. Al centro del suo universo poetico vi è l’amore per la patria, per il bello, per la natura, un’incondizionata adesione alla vita nelle sue espressioni più genuine. Le scelte politiche che ha fatto nel corso degli anni sono una conseguenza del temperamento schietto e impermeabile a ogni forma di doppiezza e non sono una vera contraddizione.
Cresciuto in Maremma, nonostante l’indigenza che gli impedisce di frequentare la scuola, Carducci si avvicina ai classici grazie alla biblioteca del padre, dal quale riceve lezioni serali. Dopo essersi laureato, inizia a insegnare con passione (le sorti della scuola gli staranno sempre a cuore, come dimostra il fatto che uno dei suoi tre interventi in qualità di senatore del Regno d’Italia è proprio dedicato alla necessità di investire nell’istruzione per formare le nuove generazioni).
Studia assiduamente, scrive poesie e numerosissimi testi di critica letteraria, diventa professore di Letteratura italiana all’Università di Bologna, città in cui si stabilisce con la famiglia e dalla quale giungerà la fama, che si estenderà oltre i confini nazionali.
Dai titoli delle sue opere si evincono le sue intenzioni: dal voler essere “scudiero dei classici” (Juvenilia) alle ribellioni personali (A Satana), dall’ira verso la vigliaccheria degli italiani al canto d’amore per tutte le creature (Giambi ed epodi).
Segnato dalla morte quasi contemporanea della madre e del figlioletto Dante, lo scrittore si riprende solo tuffandosi nella letteratura, che lo convince della necessità di non sopravvalutare avvenimenti terreni, per quanto dolorosi.

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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