Memorie dalla guerra

Una scienziata, una futura sposa, una cuoca. Tre donne ucraine raccontano desideri e paure per il loro Paese e per le proprie vite. Hanno perso familiari e amici, ma non rinunciano a pensare al futuro.
Nel grande spazio dietro la chiesa ortodossa di Sant’Andrea, a Bucha, Anastasiia Storchak si ferma, in silenzio, davanti al Memoriale dedicato alle vittime ritrovate nelle fosse comuni. Legge i nomi, le date di morte, tutte fra gli ultimi giorni di febbraio e marzo del 2022, quando la cittadina è stata occupata dalle forze di Mosca dirette verso la capitale. L’occupazione è durata dal 27 febbraio al 31 marzo: 33 giorni atroci nei quali i soldati russi hanno ucciso 509 civili. Un massacro folle di persone inermi. Più di 175 ucraini sono stati trovati in fosse comuni e stanze di tortura.
Anastasiia, 51 anni, è una scienziata, lavora come chimica in un istituto di ricerca di Kyiv. Nei primi giorni dell’invasione ha lasciato Bucha e si è trasferita in Francia. Ma a maggio è rientrata a casa, per stare accanto a sua madre, anziana, e a suo marito Fidyuk, morto poi a luglio del 2024, mentre combatteva al fronte. «Aveva 53 anni. Era dottore di ricerca in Chimica. A un certo punto, ha deciso di arruolarsi come volontario. Per lui era una missione», ricorda Anastasiia. La sua destinazione Vovchansk, nella regione di Kharkiv. Era partito da quattro mesi quando Anastasiia e la loro figlia hanno perso le sue tracce. «Hanno impiegato mesi per informarmi che Fidyuk era stato dichiarato disperso. Me lo hanno comunicato a Natale scorso. Ho poi saputo che era alla guida di un’auto per andare a recuperare al fronte due soldati feriti. Nessuno dei suoi compagni se l’era sentita di andare, troppo pericoloso. Una bomba ha colpito il suo veicolo. Fidyuk è morto da eroe, per salvare la vita di altri», prosegue Anastasiia che, mentre riflette sui tentativi di negoziati per la pace in corso, scuote la testa e sospira: «Noi non pensiamo al futuro, viviamo giorno dopo giorno, non guardiamo a ciò che accadrà domani. Io ho perso mio marito. Non ho più aspettative, non mi faccio più illusioni».
Seduta nel Cafè San Angelo, nel Centro domenicano San Martino di Fastiv, dove dirige la scuola dell’infanzia e la primaria, Kateryna Chvalova, 39 anni, pensa, invece, al futuro tra speranze, incertezze, timori: «Mi sono stupita quando papa Francesco ha indetto il Giubileo della speranza. Esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Le tante difficoltà che viviamo ci fanno sentire impotenti ed è complicato vedere una luce alla fine del tunnel. Perderemo la nostra terra? Saremo costretti a rinunciare a una parte dei nostri territori? Per quanto mi riguarda, a darmi forza è la fede, la convinzione che non siamo mai soli, che il Signore è dalla nostra parte. Il destino del nostro Paese è nelle Sue mani. Credo che Dio sia molto più vicino a noi ucraini adesso che prima della guerra». Il suo pensiero corre a suo fratello Volodymyr, 43 anni, sposato e padre, che a Natale del 2024, mentre era in un mercato, è stato fermato dai militari e reclutato. Destinazione Izjum, nella regione di Kharkiv. «Lo stesso giorno in cui Volodymyr è stato fermato, il marito di sua figlia, soldato, è morto al fronte», ricorda. Lo scorso marzo anche il fidanzato di Kateryna, Stanislav, 31 anni, è stato reclutato mentre era per la strada, a Odessa. Lei cerca di farsi forza. Ma i suoi occhi tradiscono la preoccupazione. Il cuore di Kateryna, come quello di buona parte degli ucraini, è spaccato in due: da un lato, il senso di responsabilità verso il loro Paese, la convinzione di doverlo proteggere e di dover salvaguardare la propria libertà; dall’altro, la stanchezza, la paura, il desiderio che questa guerra finisca al più presto, affinché altra gente non muoia e chi combatte possa tornare a casa. Lei non rinuncia a progettare il futuro con Stanislav. «Abbiamo deciso di sposarci. Stiamo pensando alla data: sarà questa estate», dice.
Il seguito sulla rivista.
di Giulia Cerqueti


