La morte è azzurra

Daniela Zuccolin racconta la storia di suo figlio, annegato, a soli dieci anni, in una piscina.
Potente, intenso, profondo, ma anche sincero e commovente. É così il libro La morte è azzurra. Diario di una madre (San Paolo, pp. 342, € 20). E forse non potrebbe essere altrimenti visto che l’autrice, Daniela Zuccolin, racconta la storia di suo figlio Lorenzo, dieci anni, annegato in piscina mentre stava facendo le apnee. Un incidente accaduto ad Abu-Dhabi, dove la famiglia si era temporaneamente trasferita per motivi di lavoro del padre, partendo da Milano. Pagine che narrano un viaggio nel dolore e attraverso il dolore, una testimonianza coraggiosa e umanissima, che non offre risposte semplici, ma parla a chiunque abbia vissuto una perdita o voglia comprendere la forza dell’amore, capace di resistere oltre l’assenza.
È sempre difficile confrontarsi con il tema della morte. Lei, però, in questo libro, ha deciso di citarla esplicitamente fin dal titolo. Perché questa scelta?
«Il libro si sviluppa a partire da una raccolta di appunti, riflessioni, lettere, confluiti in un diario. Scrivevo per oggettivare l’accaduto, per renderlo più reale, più tangibile. E anche per continuare a occuparmi di Lorenzo, per prolungare la sua presenza. Inizialmente evitavo la parola “morte”, poi l’ho messa nero su bianco perché non fosse più avvolta da un tabù».
Si dice che chi perde il marito o la moglie è rispettivamente vedova o vedovo e chi perde i genitori è orfano. Manca, però, una parola per definire chi perde un figlio. Forse perché si tratta di una condizione indicibile, non nominabile?
«Sì, ho fatto una ricerca e l’unica espressione che ho trovato è “orfani del figlio”, come se si trattasse di una condizione reciproca. Non esiste una parola specifica perché, come ha detto anche lo psicoterapeuta Luigi Colusso, nessun genitore pensa possa accadere una tragedia simile».
Ha provato rabbia per l’accaduto?
«Sì, nei confronti del destino, ma soprattutto di me stessa».
Infatti, a un certo punto lei scrive: «Non serve tormentarsi con i se. Un solo se è importante: se io lo avessi visto svenire in acqua, lui sarebbe salvo». Ha fatto i conti con il suo senso di colpa?
«Non so se l’ho davvero affrontato. Tutti mi ripetono che non è stata colpa mia, anche perché il bambino sapeva nuotare bene e il bagnino era presente a bordo vasca. Ma io mi sento in colpa lo stesso perché ero lì, a pochi metri, sulla sdraio e sarebbe bastato poco per accorgermi che lui aveva perso i sensi. Però non ho proprio percepito il pericolo».
Pensa che i motivi e le circostanze della morte possano fare la differenza? Sarebbe stato diverso se, per esempio, il suo bambino fosse morto per una malattia?
«Sì, penso sia molto diverso. Nel caso di una grave malattia, i genitori possono aspettarsi la morte, che pone anche fine alle sofferenze del bimbo. Nel nostro caso, tutto è stato assurdo, nonostante l’annegamento sia, secondo le statistiche, la seconda causa di morte per bambini e ragazzi. Purtroppo, però, c’è poca consapevolezza».
Ovviamente ciascun figlio è in sé unico, ma Lorenzo non era figlio unico, aveva due sorelle più grandi, Anna e Giulia. Le ragazze sono state per lei una fonte di consolazione?
«Sono state fondamentali, un faro. All’inizio piangevo di continuo, ma non ho mai pensato di arrendermi. Nel tempo mi sono poi resa conto di avere anche altre risorse: il resto della famiglia, il lavoro, gli amici. E la letteratura: mi sono “aggrappata” ai libri e alle poesie».
Il seguito sulla rivista.
di Roberta Arosio


