«Io, sempre accanto al figliol prodigo»

foto Kayròs Onlus

Don Claudio Burgio, che accoglie nell’associazione Kayròs e nella comunità di Vimodrone giovani fragili, propone un’educazione che parte dall’ascolto, dal dialogo e dal rispetto.

Nella vita di don Claudio Burgio, poliedrico sacerdote milanese, ci sono tre punti fermi: i giovani, che segue con l’associazione Kayròs – che ha fondato per accogliere adolescenti in situazioni di disagio – e con la comunità di Vimodrone, che ospita minorenni coinvolti in procedimenti penali; il carcere, in particolare il Beccaria, in cui esercita il ministero di cappellano; la musica, che da sempre lo appassiona.
«Anche nei palazzi del centro, in famiglie benestanti, si annida un vuoto interiore che prende forma nel cammino che porta dall’infanzia all’età adulta», scrive, parlando del disagio giovanile, nel suo ultimo libro, Non vi guardo perché rischio di fidarmi. Storie di cadute e di resurrezione (San Paolo, 2024). Nel volume il sacerdote spiega che i giovani vivono una crisi di progettualità, la difficoltà a dare un senso alle proprie giornate e, al tempo stesso, aspirano a un orizzonte di luce.
Come stanno insieme questi due elementi?
«Premetto che la mia prospettiva è quella dei ragazzi del carcere e delle comunità, quindi non ho la pretesa di parlare di tutto il mondo giovanile. Dal mio osservatorio si avverte lo spaesamento, l’incapacità di interpretare il mondo: questi ragazzi sono analfabeti dal punto di vista emotivo, culturale e sentimentale. Tante sono le spiegazioni e le concause dei crimini minorili. Se dovessi rintracciarne una sarebbe proprio il non avere un senso, un logos, che possa, in qualche modo, offrire un orientamento per affrontare la vita. Un reato in età adolescenziale è anzitutto un’invocazione d’aiuto e come tale andrebbe trattato. Costretti a essere sempre protagonisti, non sopportano la possibilità di non essere visti. Nel panorama desolante delle loro esistenze non sviluppano alcuna capacità di immedesimazione nell’altro. Molti sono soli perché non hanno una famiglia o provengono da contesti degradati. Altri hanno genitori troppo presenti, che proiettano su di loro ogni aspettativa. A volte il problema siamo proprio noi, che diamo spiegazioni banali alla sofferenza e alla morte, che non sappiamo offrire alternative diverse a quelle che i ragazzi vivono. Alcuni adulti provano a catturare l’attenzione dei giovani con un’eccessiva vicinanza che diventa simmetria, altri rimangono troppo distanti, arroccati su valori che non riescono a declinare. In definitiva, i giovani sono molto disorientati».
In questa situazione, cosa possiamo fare noi adulti?
«Dobbiamo interrogarci e muoverci, come il padre nella parabola del figliol prodigo. L’evangelista gli attribuisce una serie di azioni, attraverso verbi significativi: corre incontro al figlio, gli si getta al collo, lo bacia, lo abbraccia. È un padre che non si rassegna passivamente, ma sa dare all’attesa un significato».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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