Ai confini della solitudine

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Nel saggio Solitudini, Danilo Mauro Castiglione tratta la dolorosa “epidemia” dell’Occidente.

A Como, spesso il vento è così forte che sembra voler scombinare le nostre certezze. Un giorno qualcuno si accorge, con preoccupazione, del giardino incolto della casa accanto. Non sa dove sia Marinella Beretta, settant’anni, che abitava proprio lì. Due anni sono intercorsi tra la morte della donna e la scoperta del suo cadavere, trovato nel febbraio 2022 dalla polizia. Nessuno l’aveva cercata, nessuno si era curato di lei. Nessuno si è presentato a richiedere la modesta eredità, forse valutando che i costi avrebbero superato i benefici. Ai funerali, su invito del sindaco, c’era un centinaio di persone.Una solitudine che ci interroga con la stessa violenza del vento.
É una delle tragiche storie raccontate da Danilo Mauro Castiglione, insegnante di lettere e oblato benedettino, in Solitudini. Da problema a opportunità (San Paolo, pp. 196, € 18), un saggio attualissimo, che scandaglia le sfumature di uno dei mali contemporanei, con la prefazione di monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano.
Professor Castiglione, cosa è per lei la solitudine?
«Per me è una dimensione di dialogo interiore, una condizione necessaria per poter sviluppare un rapporto orizzontale con gli altri e verticale con Dio e con sé stessi. La solitudine risulta negativa quando diventa subita e non agita, altrimenti può essere un punto di forza».
Dalla famiglia patriarcale di una volta a quella nucleare di oggi. Crede che nel prossimo futuro ci sarà una ulteriore evoluzione del modello di famiglia per fare fronte alle mutate esigenze sociali? Penso, per esempio, alle residenze per anziani autosufficienti che si stanno sempre più diffondendo.
«Un esempio di questo tipo è presente in Svezia, ma anche in Italia, a Bergamo. Si tratta di esperienze positive, il problema, però, è quello della sostenibilità economica, che rende queste strutture non accessibili a tutti. Occorre perciò ripristinare le dimensioni di condominio, quartiere, parrocchia. Bisogna costruire una rete di relazioni con amici, vicini di casa, colleghi, conoscenti».
Ma quali sono gli ostacoli alla costruzione di queste reti? Perché a volte sembra così difficile crearle?
«Il primo ostacolo è la diffidenza e il sospetto nei confronti del prossimo. Il secondo è l’individualismo e la pretesa di autosufficienza. Il terzo la scarsa abitudine alla gratuità e all’accoglienza».
In proposito noto anche un crescente ripiegamento su sé stessi, che si è accentuato dopo la pandemia: ciascuno ha i propri problemi – personali, lavorativi, di salute – e non ha tempo per l’altro, neppure per un caffè o una passeggiata.
«Esatto. A dominare sono il lavoro e la carriera, diventati quasi una religione, per i quali si sacrifica tutto. Si continua a correre, non si ha tempo per i genitori anziani, per i figli piccoli, per gli amici e talvolta neppure per sé stessi. E questo non è possibile, bisogna tornare a una dimensione più umana, in cui ci sia spazio anche per le relazioni. Purtroppo la società del benessere ha creato una grande illusione: dato che economicamente non abbiamo problemi, non abbiamo bisogno degli altri. Ma non è così».

Il seguito sulla rivista.

di Roberta Arosio

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