L’Italia dei giusti

A ottant’anni dal 25 aprile 1945, ricordiamo i partigiani assassinati per donarci libertà e democrazia. Valori che oggi pretendono rispetto e condivisione, chiamando anzitutto i cattolici a essere testimoni credibili della carità che diventa servizio al prossimo.
Quando mamma e papà giudicarono maturo il tempo per raccontarmi ciò che era accaduto prima e dopo il magnifico 25 aprile 1945, mi chiesero anche di non dimenticare che, per garantire la libertà e la democrazia di cui potevo godere i benefici, migliaia di persone avevano sacrificato la loro vita e le loro speranze, altrettante avevano raccolto le macerie causate dalla guerra per trasformarle in giorni luminosi e altre ancora – una moltitudine – ancora mal in arnese, erano già pronte a spendersi per il bene del Paese. Avevo solo due manciate di anni, ma compresi che la speranza dei genitori era quella di vedermi impegnato a disegnare e a raccontare paesi felici e a scrivere capitoli di una storia degna di essere letta. Sono passati ottant’anni e tanti di questi li ho raccontati nelle cronache di giornali, radio e televisioni, alcuni anche in libri, ognuno pensato e scritto con la presunzione di impedire a ricordi e memorie di finire nel nulla.
Nel procedere dei giorni ho visto l’Italia rinascere. L’ho ammirata intenta a ricostruire case, strade, chiese, officine, fabbriche, a diventare ricca o semplicemente non più povera, a lottare per dare lavoro e sicurezza ai cittadini, a fidarsi della politica e poi a farla a brandelli quando è diventata corsa al potere e non più, salvo eccezioni, servizio alla gente. Ho apprezzato il coraggio con cui ha partecipato al viaggio che l’ha portata verso un’Europa finalmente unita, ho misurato la grande fatica spesa per mantenersi libera e forte, lontana dagli eccessi insiti nella corsa al futuro, ma anche dai ripensamenti ricostruiti attorno a un «si stava meglio quando si stava peggio» già bocciato dalla storia. L’ho guardata con felice stupore andare oltre alluvioni, frane, terremoti, rivolte, violenze, terrorismo, brigate e brigatisti, usando la forza della ragione e degli ideali senza mai dimenticare che tutto proveniva e dipendeva da un vivere accompagnato da le tre virtù essenziali: fede, speranza, carità. Questa Italia l’ho anche vista passare dalla religiosità convinta, vissuta, partecipata a quella occasionale, utilitaristica, traballante, incerta, disposta a “saltellare” tra cattolicità (apertura a tutti senza preclusioni ed esclusioni) e laicità (chiusura o addirittura rifiuto della verità se questultima non è quella attesa e voluta), per poi sentirsi svincolata da precetti e comandamenti. L’ho incontrata sulle vie disegnate dal Concilio Vaticano e da Papi illuminati per fare nuova la Chiesa, ma anche su quelle del disimpegno, dello stare bene da soli, di un cristianesimo di facciata, insomma di quelle indirizzate altrove e solo occasionalmente in sintonia con il Vangelo. L’ho ascoltata mentre chiedeva partecipazione ricevendo in cambio pilatesche lavate di mani, costretta ad arruolare arrampicatori e cacciatori di potere piuttosto che cittadini disposti a servire anziché essere serviti.
Ho visto e raccontato. Quindi, adesso, posso anche sentirmi autorizzato a sostenere di avere incontrato, tra gramo e lercio, tanto, tantissimo di buono e di bello: generosi volontari, uomini, donne, giovani, anziani, tutti disposti ad amare e consolare il loro prossimo, sconosciuto vicino o lontano, poi paesi, città, villaggi, borghi degni di essere abitati e popoli altrettanto degni di essere amati e rispettati.
Il seguito sulla rivista.
di Luciano Costa


