Le ventisette sveglie di Atena Ferraris

Alice Basso narra una storia di neurodivergenza che ha molto da insegnare a tutti noi.
«Mi chiamo Atena Ferraris e mi sa che non sono come gli altri, inutile girarci intorno. Mia madre mi ha sempre detto che siamo tutti diversi, e quindi è come se fossimo tutti uguali. Non ne sono convinta, ma mi fido di lei. Ho trent’anni, vesto fuori moda e odio le sorprese. E ho ben ventisette sveglie ogni giorno per ricordarmi di lavorare, di mangiare, di andare a letto, di smettere di pensare. Soprattutto faccio troppe domande, dicono. Perché per me è essenziale che ogni cosa abbia una spiegazione». È Le ventisette sveglie di Atena Ferraris (Garzanti, pp. 320, € 16), scritto da Alice Basso, autrice da oltre mezzo milione di copie vendute. Classe 1979, milanese di origine e torinese di adozione, è stata editor e traduttrice, prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa.
Alice, come le è venuta l’idea di costruire una protagonista come Atena, direttrice di una rivista enigmistica online, che scopre di essere autistica?
«L’incontro col “mondo” di Atena – ossia il mondo delle neurodivergenze al femminile – per me è stato folgorante. Così folgorante che prima mi sono appassionata e ci ho ficcato il naso, ho studiato e fatto ricerche per tre anni, e dopo, solo dopo, ho deciso che mi sarebbe piaciuto provare a scrivere un libro. La storia di come l’ho scoperto è tutta raccontata nella postfazione del libro, che è una specie di mini-romanzo a sé (di una decina di pagine, prima che qualcuno si spaventi). Diciamo che una volta che scopri tutti i “colori” della diversità di cui brulica il mondo è difficile distogliere lo sguardo, anzi, l’effetto è assolutamente ipnotico».
Un accenno a questa postfazione?
«Ebbene, l’episodio scatenante, una sorta di epifania, accade nel 2021. Una mia amica fotografa mi disse con nonchalance: “Questa estate ho fatto una scoperta che mi ha cambiato la vita e le prospettive: sono autistica”. Io la guardai e pensai: com’è possibile capirlo a quarant’anni? E lei aggiunse: “Non hai idea di quante persone, soprattutto donne, arrivano tardi alla diagnosi. Spesso gli psicologi le scambiano per depresse e danno loro gli psicofarmaci”».
Il tema di fondo del libro è quello della diversità. Perché ancora oggi le minoranze fanno così fatica a essere accettate e a integrarsi?
«Bella domanda. Penso – perlomeno nel caso di questo tipo di minoranza, che poi bisogna vedere se sia davvero una minoranza: i miei consulenti neuroscienziati sembrano piuttosto sicuri che presto il termine “neurotipico” perderà significato – che sia perché la persona neurodivergente è lacerata tra il bisogno di sentirsi accettata e integrata, da una parte, e il bisogno di essere sé stessa e non dovere fare una fatica dannata ogni volta che deve interagire con il mondo dei neurotipici. La soluzione ci sarebbe: basterebbe che le persone neurotipiche non guardassero con diffidenza i neurodivergenti quando si comportano come viene loro spontaneo. Insomma, è un lavoro che devono fare più i neurotipici che i neurodivergenti».
Ma quindi, pur di sentirsi accettate, le persone neurodivergenti si mascherano. È così?
«Esatto, le persone neurodivergenti si mascherano da neurotipiche quando percepiscono che essere spontanee le metterebbe sotto i riflettori: allora scelgono il male minore e fanno uno sforzo pur di non sentirsi emarginate. Bisogna che sia, però, il resto della società a fare lo sforzo di uscire dai propri binari, imparando a sentirsi a proprio agio davanti alle persone atipiche».
Come già accaduto in passato, anche in questo caso il suo lavoro è una serie. Cosa le piace della serialità nella narrativa?
«Avere dei personaggi che ricorrono ti fa sentire un po’ come se tornassi a casa ogni volta che esce un nuovo libro. Ritrovi una specie di famiglia o di amici. Io lo paragono a quando da bambino torni in vacanza ogni anno nello stesso posto e ritrovi i compagni di giochi e di avventure che ti sono mancati nel resto dell’anno».
Il seguito sulla rivista.
di Roberta Arosio


