La risurrezione del nostro presente

Non occorre attendere la morte per rinascere. Possiamo farlo già ora, nel tempo di cui disponiamo, essendo artefici di cambiamenti e rivoluzioni.
E se la risurrezione fosse il miracolo del durante la vita?
Non è il bambino che nasce a metterci alla prova come credenti. È l’uomo che muore deriso e solo sulla croce, assetato, nudo, sporco di sangue che inchioda chi crede, chi vacilla e chi ha fatto i conti con la fede decidendo che non averne è la sua condizione.
Possiamo non credere alla risurrezione. Ma la morte con il suo carico di domande sul dopo ci appartiene.
Tutto ciò che sappiamo sul dopo sprofonda in un buco nero di interrogativi ai quali la fede – per chi ce l’ha – dà risposte. Per chi non ce l’ha, le risposte sono tutte legittime e da accogliere.
L’idea di un dopo che non è più come ora ma accadrà – per noi umani per cui il tempo è sempre fatto di un prima, di un durante e di un poi – è da sempre qualcosa di misterioso e sacro.
La rinascita della natura ogni anno ha poco a che fare con la risurrezione così come la rappresentiamo: gli alberi in fiore, le gemme che spuntano, i campi di nuovo colorati. Anche l’immagine di Cristo risorto, vincitore sulla morte, possiamo rappresentarcela stando in questa parte dell’esserci. Il non esserci più non possiamo immaginare cosa sia. È una condizione che non possiamo dire con le parole che conosciamo. Per questo la fede è un dono. E se la risurrezione non fosse un miracolo da affidare al dopo ma da sperimentare nel tempo che ci è dato?
Il seguito sulla rivista.
di Elvira Zaccagnino


