La Pasqua ebraica con Moni Ovadia

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L’attore ci guida alla scoperta di Pesach, un rito che comincia con una cena tipica e che prosegue con canti e balli. Alla celebrazione sono invitati anche ospiti di altre religioni. Un perfetto esempio di dialogo interreligioso.

Avete mai partecipato a un seder pasquale, cioè alla Pasqua ebraica? Probabilmente no. Se, invece, avete avuto la fortuna di essere stati invitati da una famiglia ebrea a sedere con loro alla mensa durante il rito, ricorderete bene il fascino di una memoria celebrata in modo coinvolgente. Alcune comunità cristiane, negli ultimi anni, hanno iniziato a sperimentare il seder pasquale attraverso una cena che ricorda i riti, i cibi, i canti, le preghiere della tradizione ebraica. Questo è successo in particolare durante la pandemia ma già prima, grazie ad alcuni libri e ad alcune sperimentazioni all’interno dei gruppi, che hanno riproposto (più o meno) il seder originale, si era cercato di dare vita a una memoria che fosse viva anche per chi ebreo non è. Va ricordato che l’usanza di celebrare il seder non ha alcuna valenza liturgica per i cristiani, ma provare la sequenza rituale prescritta induce anche le nostre comunità a celebrare meglio la propria Pasqua, cioè la risurrezione di Gesù. La compagnia che si ritrova intorno alla tavola fa il resto. Si tratta, in definitiva, di un grande inno al sacro che celebra la vita, anche con il sapore e i profumi di prelibate pietanze.
Iniziamo allora dai fondamentali. Pesach indica il momento in cui il popolo di Israele diventa libero, rappresenta per gli ebrei la libertà. Il termine deriva dal verbo ebraico pasoah, che significa «passare oltre», e si riferisce all’episodio in cui l’angelo della morte, durante la notte della decima piaga d’Egitto, si fermò nelle case degli egiziani colpendo tutti i primogeniti, ma pasach – «passò oltre», appunto – le case degli ebrei, sugli stipiti delle quali, in segno di riconoscimento, era stato spruzzato il sangue dell’agnello sacrificale.
Con il tempo, quando nel mondo mediorientale si diffuse l’aramaico, molti tra gli stessi ebrei lo adottarono come lingua corrente: in aramaico il termine Pesach viene tradotto con Pascha. L’attinenza fra le due parole, Pascha e Pasqua, è evidente. Quest’anno la Pasqua ebraica viene celebrata il 13 e 14 aprile e poi il 20 dello stesso mese.
Moni Ovadia, con il quale ho avuto modo di collaborare in Il conto dell’ultima cena. Il cibo, lo spirito e l’umorismo ebraico (Einaudi, 2010), descrive minuziosamente cosa accade in occasione di questo importante rito. I giorni precedenti la festività sono dedicati a una scrupolosa pulizia della casa per eliminare anche i piccoli residui di sostanze lievitate.
La sera della festa ci si ritrova tutti insieme: bambini – che, tra l’altro, hanno un ruolo importante nella celebrazione stessa – anziani, parenti, amici. Nella tradizione pasquale ebraica, è previsto invitare a cena persone di altre religioni. Infatti, l’attore di origini bulgare mi ha riferito che ai suoi ritrovi invita sempre, a turno, un vescovo cattolico. Condividere un pasto e abbracciarsi durante una festa vale forse molto di più di tante riunioni o di tanti consigli per promuovere il dialogo interreligioso.
Intanto, ci sono i cibi da preparare. Ognuno rimanda alla parola sacra scritta nella Bibbia. L’agnello arrostito; il pane azzimo, cioè non lievitato; la coppa con il vino da riempire tre volte; le erbe amare; i gambi di sedano; la coppa di aceto; l’acqua salata; il succo di limone. L’agnello è la vittima predestinata al sacrificio pasquale. Il pane azzimo è il simbolo della miseria e di una comunità che ha fretta di partire e non ha il tempo di far lievitare il pane. Il vino rappresenta la sofferenza (l’uva pigiata), ma anche la gioia, l’allegria. Le erbe amare ricordano, invece, l’amarezza dell’Egitto, la schiavitù in cui si trovava il popolo prima della liberazione. E lo stesso vale per il sedano intinto nell’aceto.
Si rimane in piedi fino al momento di iniziare il pasto: la comunità che celebra Pesach si prepara a partire per raggiungere la libertà.
È sempre Ovadia a farci da guida, introducendoci nel seder. Si inizia con il qaddesh, la consacrazione della festa, in cui si recita il kiddush, la benedizione del vino. «Poi sarà eseguito il karpas, l’atto di intingere il sedano, il prezzemolo e una patata nell’aceto recitando la preghiera: “Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re del mondo, creatore del frutto della terra”», spiega il noto cantante. È a questo punto che comincia la narrazione delle sofferenze e della successiva liberazione del popolo ebraico. Dopo il secondo bicchiere di vino si comincia a leggere le haggadah, ovvero i racconti della schiavitù d’Egitto, dell’oppressione degli ebrei e della loro liberazione con prodigi e miracoli.

Il seguito sulla rivista.

di Gianni Di Santo

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