L’ultradestra che risorge

Ottant’anni dopo la caduta di Hitler, il nazionalismo tedesco non rappresenta (forse) un rigurgito di nazismo, ma getta le basi per l’odio verso gli immigrati. Distruggendo l’Europa che vogliamo.
Sono trascorsi ottant’anni dal giorno in cui a Berlino infuriava la battaglia. Il 30 aprile 1945, tra le macerie e i bombardamenti, due cadaveri venivano arsi perché non ne restasse nemmeno un centimetro per la sepoltura. Alle fiamme ha resistito un frammento di arcata dentaria, grazie al quale abbiamo la certezza che quei corpi erano di Adolf Hitler e della moglie Eva Braun. Da allora il mondo si è ricostituito, ma gli equilibri geopolitici sono stati completamente stravolti. La Germania oggi obbliga le nuove generazioni a guardare in faccia l’atrocità del passato, nella convinzione che studiarla possa aiutare a riconoscerla. «Nei programmi di storia dei licei tedeschi un numero considerevole di ore è dedicato al ventesimo secolo e, specialmente, alla Seconda guerra mondiale. Ancora adesso, dopo tutto questo tempo, è vivo un senso di colpa enorme per quanto è accaduto», racconta Giulia Cabra, ricercatrice universitaria in filosofia, che ha vissuto e lavorato in Germania per molti anni e condivide alcune impressioni maturate in quel periodo. «Gli obiettivi sono la consapevolezza e la prevenzione. Non a caso viene incentivato il contatto con altre culture o l’apprendimento di lingue straniere. Generalizzando un po’, potrei affermare che numerosi tedeschi sono più europeisti di tanti italiani, ma si tratta di individui cresciuti in contesti stabili, dove il dialogo è incentivato anzitutto nella vita quotidiana». Fatto non scontato perché, al di là dei pregiudizi, tendenzialmente i tedeschi sono persone riservate. «A un corso di tedesco che ho frequentato a Freiburg una delle prime informazioni trasmesse era tenere presente che, nelle conversazioni con i locali, ci sono tre argomenti da evitare: religion, politik, geld, cioè religione, politica, denaro. In effetti, c’è una certa ritrosia ad affrontare apertamente alcuni temi considerati personali o privati», prosegue Cabra. Argomenti che vengono approfonditi, comunque con molta cautela, solo se si entra in confidenza.
Bisogna poi considerare la mentalità tedesca che, dinanzi a questioni ampie e complesse, non si arrischia a trattarle in maniera sommaria. Per esempio, nelle conversazioni comuni si evita di parlare del nazionalsocialismo perché molti sessantenni di oggi sono figli di persone che magari hanno sostenuto Hitler, anche per ignoranza.
Lo stesso imbarazzo è generato dalla recente ascesa di Alternative für Deutschland (AfD), il partito tedesco di estrema destra che alle elezioni dello scorso 23 febbraio ha registrato il 20,8 per cento dei consensi e che per la prima volta negli ultimi otto decenni pareva potesse ambire a un ruolo di governo. Si tratta del miglior risultato nella sua storia politica, iniziata nel 2013 quando mancò per un soffio l’entrata al Bundestag. L’ingresso avvenne nel 2017, con il 12,6 per cento dei voti. Dal 2021 a oggi i consensi sono raddoppiati.
Le ragioni dell’ascesa del partito sono molteplici, riconducibili sia alla situazione socio-politica del Paese e ai venti nazionalisti che soffiano in Europa e nel mondo sia all’abilità dei dirigenti, Alice Weidel e Tino Chrupalla. La prima, candidata cancelliera agli ultimi scrutini, è la figura carismatica per eccellenza. Putiniana, anti-americana ma protetta da Elon Musk, dal quale si era fatta intervistare lo scorso gennaio, affermando che Hitler fosse comunista e che AfD è un «partito libertario e conservatore dipinto negativamente dai media come estremista».
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di Marta Perrini


