Il viaggio speciale di un padre “normale” (parte 1)

Ho chiesto a voi, in queste pagine, di condividere esperienze di paternità. Ora ho ricevuto una bella lettera da Gianni Pastrello. Una esperienza intensa, difficile, complicata e ricca di amore. Il testo è un po’ lungo, ma per rispetto non ho voluto riassumerlo. Perciò lo pubblichiamo in due puntate: questa e la prossima. Ne vale la pena.
Diventare padre è come intraprendere un nuovo viaggio. La nascita di ogni figlio è l’inizio di un’avventura meravigliosa, che perpetuerà, con il nome, anche un po’ della nostra memoria.
Nel caso di un figlio disabile, il cammino, fatto di piccoli passi, non sempre in avanti, è molto più arduo. Si tratta di un percorso impervio, che non si può conoscere in anticipo. Il traguardo non è il futuro, ma un presente in movimento, che avanza lentissimo, orma dopo orma, giorno dopo giorno, ineluttabile.
Il padre, nella nostra cultura, è colui che ai figli trasmette il significato della vita, la direzione verso cui muoversi, la bussola negli inevitabili momenti di incertezza, di confusione, di smarrimento. Un ruolo paterno tradizionalmente portatore di valori come autorità, disciplina, potere, che non prevede spazio per la cura dei figli.
Non esiste un prototipo di padre, un modello al quale ispirarsi. Ogni persona è unica, anche i padri, anche quelli che hanno figli con disabilità. E tra questi ci sono padri entusiasti e padri che si deprimono, padri forti e padri che non ce la fanno, padri che resistono e padri che restano ma è come se non ci fossero, padri che scappano e padri eroici. Nessuno è mai pronto in queste situazioni, certo, ma ciò di cui c’è bisogno è solo essere adeguati e, per fortuna, adeguati si può diventare.
Il seguito sulla rivista.
di Vittorio Sammarco


