Il mondo che sognavamo

A sessant’anni dalla marcia di Martin Luther King, avvenuta il 7 marzo 1965 per rivendicare la possibilità di voto anche per gli afro-americani, ricordiamoci che, nonostante tutto, tocca a noi riprendere ad agire e a sperare.
Nel 1965 non ero ancora nata. Come me immagino anche molti lettori di queste pagine. Per noi venuti dopo, il celebre discorso di Martin Luther King del 28 agosto del 1963 e la marcia di Selma di due anni dopo erano già storia. L’America era per noi una nazione grande e civile. Era iI Paese dell’uguaglianza. La parola apartheid l’ascoltavamo nei tg e il nome di Nelson Mandela e la sua foto ci parlavano di ciò che accadeva in Africa in termini di disgregazione razziale. Confesso che avevo un po’ di difficoltà a capire come in questo continente, dove per me erano tutti di carnagione scura, potesse stare in carcere un uomo di colore, un africano. Non riuscivo a credere all’idea che ci fossero dei bianchi che ancora pensavano di essere migliori per il loro colore della pelle, perché per me, ma anche per il mondo civile occidentale di cui facevo e faccio parte, la cosa era stata già archiviata. Non mi capacitavo del fatto che veramente ci potessero essere, nel mondo, luoghi dove sugli autobus ci fossero posti per i bianchi e per i neri, ci fossero scuole per gli uni e per gli altri, dove la minoranza fosse duramente colpita da leggi che la privavano di ciò che per la maggioranza era scontato avere. Che ci fossero Paesi in cui le persone di colore non potevano votare. Però, siccome allora avevamo – noi del mondo occidentale – un’idea un po’ razzista dell’Africa, al punto da considerarli il Terzo mondo, ci davamo una semplice spiegazione: lì il progresso non era ancora arrivato.
Noi – quelli del dopo 1965 – abbiamo visto la fine delle leggi segregazioniste nel continente africano e abbiamo assistito, al termine dell’apartheid, all’elezione di Mandela a presidente della sua nazione.
Nelle mie letture di adolescente ritornava spesso una domanda: «Può un diritto essere incivile?». La risposta, ovviamente, era: «No». Nei miei incubi da adulta la domanda ritorna e si allarga alle molte minoranze – meglio chiamarle diversità – che il genere umano contempla.
A manifestare, e anche a morire, a dirci che i diritti dell’altro sono anche i nostri sono state quasi sempre, nella Storia, le minoranze, avvertendo sulla propria carne che un diritto era loro negato, che la loro posizione non solo era diversa, ma che li poneva anche in una logica di inferiorità, di subalternità, di esclusione.
Viene prima la consapevolezza e poi il sogno.Nel 1955 all’interno degli autobus di Montgomery, in Alabama, vi erano tre settori: uno riservato ai passeggeri bianchi (i primi dieci posti davanti), uno dedicato ai passeggeri afro-americani (gli ultimi dieci posti in fondo) e uno intermedio di 16 posti, che potevano essere utilizzati da entrambi. Ma con una regola: nel caso in cui non vi fossero posti vuoti per i bianchi, gli eventuali passeggeri afro-americani seduti erano obbligati ad alzarsi per cedere loro il posto. Rosa Parks, in quel 1955, compì il gesto di non cedere il posto a un bianco su un autobus, dando origine al movimento del boicottaggio dei bus a Montgomery. Azioni non violente. Proteste civili. Che passavano attraverso il corpo, la parola, il confronto.
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di Elvira Zaccagnino


