La prima regina

Alessandra Selmi racconta la storia di Margherita di Savoia, intrecciandola con quella della sua serva.
a una parte c’è Margherita, donna forte e indipendente, andata in sposa a Umberto I, per il quale lei pare non esistere. Ben presto si rende conto che il matrimonio è una sorta di finzione e il suo unico compito è procreare un erede maschio per poi scomparire all’ombra del consorte. Ma lei non ha intenzione di sacrificarsi in nome della corona. E così riuscirà a conquistare l’amore del popolo, ad affascinare l’aristocrazia, a diventare un’icona del suo tempo.
Dall’altra parte c’è Nina, un’umile serva destinata a occuparsi della camera della principessa. Nonostante le regole e gli intrighi di corte, troverà la propria strada, trasformando la propria vita in un viaggio di emancipazione e libertà.
Sono loro le protagoniste di La prima regina, romanzo di Alessandra Selmi (Nord, pp. 400, € 19) ambientato nell’Italia dell’Ottocento, in libreria dal 4 febbraio. Due donne agli estremi opposti della scala sociale, ma unite dalla stessa determinazione, che hanno il coraggio di battersi per forgiare il proprio destino.
Come è nata l’idea di raccontare proprio questa storia?
«Sono nata e vivo a Monza, una cittadina fortemente connessa alla storia degli eredi al trono Margherita e Umberto, visto che il re Vittorio Emanuele II regala loro, come dono di nozze, nel 1868, la villa reale con il parco. Entrambi i coniugi sono molto legati a questo luogo, dove inizia e termina, con una struttura circolare, la vicenda che racconto nel libro. Nel mezzo, emergono, però, altri luoghi significativi. Tra questi Napoli, dove nasce il loro figlio, che diventerà poi Vittorio Emanuele III. Ma anche Roma, dove la coppia si trasferisce con tutta la corte, andando ad abitare al Quirinale. Nella capitale Margherita fa faville, è la donna più in vista, che lancia mode e tendenze. Infine, Gressoney, un paese della Valle d’Aosta, ai piedi del Monte Rosa. Proprio qui viene edificata la Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa, a oltre 4.500 metri. L’ho visitato accompagnata dalla guida alpina Christian Zanolli. Naturalmente ho visto di persona anche tutti gli altri luoghi in cui è ambientata la narrazione».
Il suo può essere definito un romanzo storico. Quali fonti ha consultato durante le sue ricerche?
«Ci sono anzitutto moltissimi saggi sul tema. Poi i libri dell’epoca, che tracciano i ritratti dei personaggi; i quotidiani; le lettere. Mi sono, inoltre, avvalsa della consulenza e dei consigli di uno storico, Francesco d’Ambrosio dell’Università di Trento».
Quanto tempo ha impiegato per realizzare il lavoro?
«Almeno due anni, tra ricerche e scrittura. Ho iniziato con uno studio approfondito del periodo e dei personaggi. Poi ho strutturato la trama, inserendo anche dei personaggi di fantasia. Infine, mi sono messa a scrivere: un tempo amavo farlo di notte, ma ora preferisco farlo durante il giorno. A ridosso della consegna del lavoro mi sono rifugiata nella mia casetta in montagna, dove il cellulare non prende: è il posto ideale per non essere disturbata e non avere distrazioni».
La sua giornata-tipo?
«Non ce l’ho. E per fortuna, visto che tendo ad annoiarmi con facilità».
Il seguito sulla rivista.
di Roberta Arosio


