Come l’araba fenice

Gibellina, cittadina siciliana nominata capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, ha l’occasione di rinascere per la seconda volta, dopo il terremoto del 1968
Gibellina, simbolica araba fenice rinata dopo il devastante terremoto del 1968 nel Belice, sarà la Capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026 (riconoscimento istituito per la prima volta). La cittadina dell’entroterra trapanese riceverà un milione di euro di finanziamenti statali per mostre, festival, rassegne, ma anche per progetti di riqualificazione e realizzazione di spazi e aree dedicati all’arte.
Dopo il prestigioso conferimento, a molti torna in mente il profetico appello di Ludovico Corrao, popolarissimo sindaco all’epoca del sisma, avvocato, cattolico progressista, senatore del partito comunista con un passato nell’Unione siciliana cristiano sociale di Silvio Milazzo e ideatore del teatro delle Orestiadi: «Venite a Gibellina, facciamo crescere i fiori dell’arte e della cultura nel deserto del terremoto, del destino, dell’oblio».
Opere en plein air
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questa località è un trionfo di arte en plein air, con oltre 60 opere architettoniche, scultoree, pittoriche sparse: dall’imponente museo di arte contemporanea Ludovico Corrao (con 400 esposizioni) al Cretto del pittore Alberto Burri, dalla Montagna di sale dello scultore Mimmo Paladino alle maioliche della pittrice Carla Accardi, dalle installazioni di Pietro Consagra, Emilio Isgrò, Mimmo Rotella ai quadri dei pittori Gianbecchina, Renato Guttuso, Mario Schifano. Senza dimenticare, tra gli altri esempi, il nuovo municipio realizzato dagli architetti Vittorio Gregotti, Gianni Perrone, Alberto e Giuseppe Samonà.
Nella cittadina molti ancora rievocano le parole appassionate del celebre scrittore Leonardo Sciascia nel gennaio del 1988, in occasione del ventennale del terremoto: «Io ricordo le macerie, il fango, l’oscurità, il battere della pioggia sulle tende, la febbre che era negli occhi dei sopravvissuti, una sera di vent’anni fa; ricordo la veglia che, sotto il segno dell’indignazione, abbiamo fatto tra le macerie due anni dopo lo sciagurato avvenimento: e resta indimenticabile il discorso di Carlo Levi, nella notte gelida, tra le luci vacillanti. E c’era anche Renato Guttuso, che in un paio di abbozzi e in un grande quadro lasciò precisa e drammatica immagine di quella veglia… Ma lo Stato, lo Stato italiano – bisogna pur dirlo – non era pronto ad accogliere un’istanza di ricostruzione della miseria: si sperava forse, appunto, nella fuga, nell’abbandono, ‘nell’aprir bottega altrove’…
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di Pietro Scaglione


