Oltre le bombe e la vendetta

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La storia di Bassam Aramin e Rami Elhanan, due papà, uno palestinese e l’altro israeliano, che hanno perso le loro figlie, è diventata una testimonianza di pace.

Sono quasi ottant’anni che Israele e Palestina vivono in conflitto tra guerre, rese momentanee, attentati, rapimenti. Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 gli scontri hanno ripreso vigore, l’emergenza è costante e le notizie sono sempre più strazianti: neonati morti di freddo, bombe sganciate su civili che chiedono il pane, su ospedali, su sedi di associazioni umanitarie. In momenti come questi, in cui è utopico sperare anche solo in un cessate il fuoco, è importante coltivare una piccola fiammella di speranza. Non saremo noi a fermare i combattimenti armati, ma la storia ci insegna che non perdere la fiducia è fondamentale per preparare la pace che – prima o poi – verrà.
Ecco perché la vicenda di Bassam Aramin e Rami Elhanan, due amici, uno ebreo, l’altro arabo, padri di due figlie uccise quando erano ancora piccole, può essere significativa. Entrambi hanno sperimentato la guerra in prima persona parteggiando per il proprio popolo, finché non hanno incontrato il Parents Circle, il Circolo dei genitori, un’organizzazione che conta 750 famiglie palestinesi e israeliane che hanno subìto un lutto e che fanno di questo dolore il denominatore comune.
Non si tratta di un gruppo di sostegno, ma di un’associazione che entra nelle scuole e racconta ai giovani israeliani e palestinesi che «il nostro sangue ha esattamente lo stesso colore, che anche il dolore è lo stesso e le lacrime ugualmente amare. E che se noi, che abbiamo pagato il prezzo più alto possibile e che abbiamo tutte le ragioni per ucciderci a vicenda, possiamo chiamarci fratelli, pensiamo che ogni altra persona possa, anzi debba, farlo. In fondo, non abbiamo bisogno di amarci, non occorre neanche piacersi, basta rispettarci l’un l’altro come esseri umani».
Rami è un graphic designer di 75 anni che ha combattuto la guerra del Sinai nel 1973, perdendo molti dei suoi più cari amici. Da allora ha vissuto con la moglie e i quattro figli una vita serena, senza farsi più coinvolgere dalle vicende politiche, fino al 4 settembre 1997, quando due kamikaze di Hamas si sono fatti esplodere nel centro di Gerusalemme, uccidendo cinque persone, tra cui sua figlia Smadar, una ragazza di quattordici anni. «A questo punto bisogna prendere una decisione: che cosa fare di questo dolore insopportabile, di questa rabbia che ti divora vivo?», racconta Rami. «Una ipotesi è la vendetta, l’inizio di quel ciclo di violenza che una volta innescato non smette mai. Ben presto, però, si arriva a comprendere che fare del male a qualcuno non lenisce il dolore. Allora si intraprende un altro processo, benché lungo e difficile: si cerca di capire come sia potuta accadere un’atrocità simile, ci si domanda se c’è una responsabilità».
Circa un anno dopo la morte della figlia, Rami viene invitato al Parents Circle. Qui trova famiglie palestinesi che lo abbracciano e piangono con lui. Con vergogna ammette che quella è la prima volta in cui vede i palestinesi come esseri umani e non come terroristi. «Erano davanti a me», racconta Rami, «persone che avevano lo stesso carico di dolore che portavo sulle mie spalle, che soffrivano esattamente nello stesso modo. Da allora ho dedicato la vita a trasmettere questo semplice messaggio: non siamo condannati, non dobbiamo per forza ammazzarci l’un l’altro, non è il nostro destino. Possiamo cambiare tutto ciò parlandoci, confrontandoci. Apriamo delle crepe nel muro che ci divide, una crepa dopo l’altra la luce comincerà a entrare e anche un piccolo raggio che penetra attraverso queste fessure può sciogliere molta oscurità».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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