Una crisi sociale e democratica

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I dati ci raccontano come in Italia la povertà economica sia intrecciata a quella educativa. Per spezzare questo circolo vizioso e garantire equità sono urgenti interventi politici, soprattutto a favore dell’istruzione, chiave per un futuro inclusivo e sostenibile.

«La povertà educativa che colpisce migliaia di bambini e adolescenti ha conseguenze negative di lungo periodo sulle loro opportunità di vita». Ne è convinta Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, professoressa al Centro di ricerca sociale di Berlino e honorary fellow al collegio Carlo Alberto di Torino. Per questo si rammarica che l’ultima finanziaria abbia tagliato le risorse destinate al fondo, istituito nel 2016 dal governo guidato da Matteo Renzi, che aveva il compito di sostenere «interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori».
Proprio nel mese in cui si celebra la Giornata per la vita e la cura che è dovuta a ogni essere umano, a partire dai più piccoli, vorremmo riportare l’attenzione su questa forma di povertà che priva i bambini del diritto di sviluppare appieno le proprie capacità.

LE DUE FACCE DEL PROBLEMA
«La povertà educativa», spiega Saraceno, «ha due facce distinte che si intrecciano tra loro. La prima dimensione è una povertà di risorse educative private (a causa dell’indigenza della famiglia) e pubbliche, sia formali (per esempio scolastiche) sia informali (per esempio vivere in quartieri dove non ci sono parchi, biblioteche, centri sportivi, teatri). Purtroppo laddove c’è più povertà spesso ci sono meno risorse educative pubbliche: nel Sud Italia mancano asili nido, ma anche il tempo pieno alla scuola primaria, il che significa che non c’è neanche la mensa, cioè viene a mancare anche il sostegno alimentare, fondamentale quando si è in condizioni di precarietà».
La seconda dimensione, continua Saraceno, «correlata alla prima, è il fatto che vivere in un contesto caratterizzato da scarse risorse educative significa anche non riuscire a sviluppare capacità e talenti. L’indicatore utilizzato più spesso a livello internazionale sono i test cognitivi, dai quali emerge un rapporto statisticamente significativo tra origine familiare e contesto ambientale locale: dovremmo fornire più risorse educative laddove esistono meno risorse familiari, invece spesso succede esattamente il contrario».
i dati dell’ocse
Questo impoverimento culturale «preclude anche la capacità di immaginare un futuro migliore, incidendo negativamente sul destino di molti bambini e ragazzi, che non ricevono adeguate risorse culturali, emotive, relazionali e non sviluppano la fiducia in loro stessi. Ciò vuol dire “generare” dei minori che non riescono a vivere la propria infanzia e adolescenza come dovrebbero e degli adulti che non hanno poi gli strumenti per affrontare il mondo odierno, sempre più complesso e articolato».
Affermazione confermata dalla recente indagine svolta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), secondo la quale il 35 per cento degli italiani adulti ha competenze letterarie di livello 1 o inferiore, ovvero è in grado di comprendere solo testi semplici. Situazione analoga per la matematica, dove il 35 per cento non va oltre i calcoli di base.

COSA DICE LA COSTITUZIONE
La povertà educativa, soprattutto quella di cui è responsabile la società, costituisce un vulnus rispetto alla seconda parte dell’articolo tre della Costituzione, dove si afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Questo riguarda anzitutto i minori, perché è in giovane età che occorre porre le basi per lo sviluppo armonico della personalità. Il rischio è condannare i più piccoli a una povertà complessiva futura, limitando così anche il loro diritto a una cittadinanza piena e compiuta. La democrazia riguarda non solo gli adulti, ma anche le possibilità che offriamo a tutti i bambini di «essere e fare», come afferma Amartya Sen, economista e filosofo indiano, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1998.

Il seguito sulla rivista.

di Lucilla Perrini

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