Artefici di speranza

Povertà, guerra, inquinamento, deforestazione, disoccupazione. Tante sono le piaghe del nostro tempo. Di fronte a queste ferite, come suggerisce papa Francesco, noi cristiani non dobbiamo arrenderci, ma impegnarci per concretizzare davvero il Vangelo.
Viviamo in un tempo segnato da grandi sfide e contraddizioni. Da una parte, il mondo sembra offrire opportunità e risorse straordinarie; dall’altra, si erge il muro di ingiustizie, povertà, guerre, indifferenza. Eppure, in questo scenario complesso, la speranza cristiana continua a essere una bussola, un faro che illumina le strade dell’umanità. Non si tratta, infatti, di semplice ottimismo, ma di una forza trasformativa che, radicata nella fede in Cristo, si traduce in un impegno concreto per cambiare il mondo. Papa Francesco ha recentemente condiviso un suo segreto, parlando ai membri del dicastero dell’Educazione e della cultura: «A volte sento il desiderio di gridare all’orecchio di quest’epoca della storia: “Non dimenticare la speranza!”».
Davanti a noi si presenta un pianeta che è al tempo stesso ricco e povero. Un esempio emblematico è la Repubblica Democratica del Congo, un Paese che galleggia su un mare di ricchezze naturali, dal coltan al cobalto, essenziali per la tecnologia moderna. Eppure, milioni di persone vivono nella miseria, schiacciate da conflitti armati, corruzione, sfruttamento. Quale sarebbe il destino di questa nazione se le risorse fossero gestite con giustizia e trasparenza? Come non guardare oltre per immaginare un Paese in cui le preziose materie prime non siano un motivo di oppressione, ma un’opportunità per costruire scuole, ospedali, infrastrutture?
Allo stesso modo, in molte aree povere dell’Asia si trova una straordinaria ricchezza ambientale. Foreste, fiumi, biodiversità: doni che spesso diventano oggetto di sfruttamento indiscriminato. Non è impossibile pensare a una valorizzazione di questa bellezza, alla sua difesa e al progetto di farne una risorsa per lo sviluppo. In questa prospettiva, si inserisce il messaggio dell’enciclica Laudato si’ del Papa, che richiama alla responsabilità verso la casa comune e verso i più deboli, che sono sempre le prime vittime della crisi dell’ambiente.
Una delle ferite più profonde inflitte al nostro pianeta è la deforestazione dell’Amazzonia, il polmone verde della Terra. Ogni anno migliaia di ettari vengono distrutti per fare spazio a monocolture e ad allevamenti intensivi. Questo non solo minaccia le popolazioni indigene che considerano la foresta la loro casa, ma accelera anche i cambiamenti climatici, con effetti devastanti in tutto il globo.
Eppure c’è speranza: il rallentamento della deforestazione e l’adozione di pratiche sostenibili sono possibili. Questo richiede un’alleanza tra governi, organizzazioni internazionali, comunità ecclesiali e società civile. Il Sinodo per l’Amazzonia del 2019 ha ricordato che prendersi cura di questa zona significa salvaguardare la vita stessa dell’umanità. Crediamo a un cambiamento di rotta e alla consapevolezza sempre più diffusa che la cura del Creato sia una responsabilità personale e collettiva.
Il seguito sulla rivista.
di Roberto Ponti


