Il ribelle di Dio

A trent’anni dalla scomparsa, ricordiamo padre David Maria Turoldo, sacerdote dell’Ordine dei Servi di Maria, oltre che «poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, amico di tutti gli uomini».

Nella Lettera a Diogneto, uno dei più suggestivi scritti dell’antichità, si dice che i cristiani «abitano nel mondo, ma non sono del mondo», che «risiedono sulla terra ma hanno la cittadinanza nel cielo». Il testo, amato e citato da David Maria Turoldo, ben definisce un’esistenza come la sua, immersa nella questioni quotidiane con uno sguardo all’orizzonte, i piedi  per terra e la testa nel cielo.
A trent’anni dalla sua scomparsa, cessate le polemiche, non resta solo la produzione letteraria di colui che Carlo Maria Martini definì «poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini» e chi gli era vicino descrisse come «ribelle, nel senso nobile del termine; impetuoso, nelle sue reazioni e atteggiamenti; drammatico, per le sue vicissitudini; fedele in tre sensi, a Dio, alla sua vocazione, alle sue origini».
Ultimo di nove figli, nato del 1916 in un ambiente contadino poverissimo in provincia di Udine, Giuseppe Turoldo a 13 anni entra a far parte dell’Ordine dei Servi di Maria. Dopo aver studiato a Vicenza e Venezia, a 22 anni professa i voti perpetui e a 24 diventa sacerdote. Viene mandato a Milano nel convento della chiesa di San Carlo al Corso, molto vicino al Duomo, dove è tra i primi frati a iscriversi all’Università cattolica del Sacro Cuore, da poco fondata, al corso di laurea in Filosofia.

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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