Il gigante dell’opera

A un secolo dalla sua scomparsa, Enrico Caruso resta uno dei più grandi cantanti lirici mai esistiti. Un mito sopravvissuto all’oblio degli anni, che resiste al di là del tempo.

Cento anni fa, martedì 2 agosto 1921, morì in una stanza dell’hotel Vesuvio, a Napoli, Enrico Caruso. Aveva solo 48 anni ed era il cantante lirico più celebre e più pagato nel mondo. Il giorno dopo la notizia della sua morte era in prima pagina sul New York Times. Il Mattino, il quotidiano della città partenopea, titolò: «La voce divina si è spenta».
Caruso si era ammalato nel dicembre dell’anno prima, quando si sentì male durante una recita al teatro Metropolitan di New York. Colpito da un accumulo di pus nella pleura e nei polmoni, da quel giorno iniziò un calvario di cure, operazioni mal riuscite, tentativi di ripresa. Fra alti e bassi si trascinò fino alla primavera del 1921, quando s’imbarcò per tornare nel capoluogo campano. Passò gli ultimi due mesi di vita fra Napoli e Sorrento, fra accenni di miglioramento e ricadute della malattia, visite mediche e consulti di specialisti. Arrivò al suo capezzale anche Giuseppe Moscati, il medico napoletano poi salito agli onori degli altari.
Caruso le tentò tutte, anche un pellegrinaggio al santuario di Pompei, ma la situazione precipitò e morì nella stessa città in cui era nato il 27 febbraio 1873.
La sua era una famiglia di umili origini e il piccolo Enrico passò l’infanzia fra l’officina e il coro parrocchiale, dove ebbe modo di impratichirsi nel canto. Gli mancava uno studio accademico: era un autodidatta e la sua voce si formò con la pratica e le esibizioni, sempre più frequenti, in case private, nei caffè e nelle rotonde degli stabilimenti balneari di Napoli e dintorni. Si cimentava con un repertorio fatto di canzoni, soprattutto napoletane, di romanze da salotto e di arie d’opera.

Il resto sulla rivista.

di Roberto Zichittella

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