Il diario segreto

potesi di scuola, ma in verità mica tanto. Sarebbe questa. Mentre lei (o lui) non è a casa e neppure tornerà presto, tanto meno all’improvviso, trovate per caso nella sua stanzetta un libretto colorato con dentro una striscetta segnalibro. È la sua scrittura, almeno questo è sicuro. Ci sono scritte, fitte fitte, decine e decine di pagine. Intuite il tutto, vi basta una rapida occhiata. È il suo diario, non c’è dubbio. Parole in maiuscoletto (come quelle urlate nella grafica sui social), qualche nome di persona non ben identificata, disegnini e indicazioni. Lo richiudete subito, decidete di non leggerlo.
Poi, però, vi viene un dubbio: se lo leggessi potrei scoprire qualche fatto o situazione delicata, difficile, critica, che lei (o lui) non ha il coraggio di confessarmi e così potrei trovare il modo di intervenire e magari aiutarla (o aiutarlo) a difendersi, a risolvere. O, se posso, intervenire direttamente io. Ma se lo leggo violo la sua riservatezza, la sua autonomia, l’integrità della sua sfera privata. Se vuole nascondermi qualcosa, può sempre farlo, è un suo diritto. Nella sua intenzione di crescere facendo a meno di me come padre, punto di riferimento nell’età evolutiva, ma piano piano e sempre con maggior decisione allontanato per farsi strada, ci possono essere argomenti non condivisi? Sì, possono esserci e magari li scrive lì e conta che nessuno li legga. Quindi, se non leggo la (o lo) rispetto ancora più di prima. Se leggo, come farò a dirle (o dirgli) che so e che lei (o lui) non sa che io so? Ma so anche che vorrebbe non sapessi (era un segreto). E magari vorrebbe anche che quell’episodio non fosse mai accaduto. Insomma, in base a quella furtiva e imbarazzante scoperta occasionale, il nostro legame potrebbe mutare. Migliorato? Non so, non credo.
Il seguito sulla rivista.
di Vittorio Sammarco


