Testimoni fino al sangue

Il martirio dei monaci di Tibhirine, uccisi il 21 maggio 1996, è un seme di pace. A loro, trucidati come altre migliaia di musulmani e cristiani durante la guerra civile, ha reso omaggio anche papa Leone durante il suo viaggio in Algeria.
«Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato». Padre Christian de Chergé, priore dell’abbazia di Tibhirine, in Algeria, ucciso con altri sei monaci trappisti il 21 maggio 1996 e di cui la Chiesa ha riconosciuto il martirio, prima di morire aveva redatto un testamento, in cui aveva espresso la consapevolezza di poter essere coinvolto direttamente nelle violenze che a quel tempo devastavano la nazione dove viveva la sua missione. I monaci trappisti di Tibhirine, sequestrati dal loro monastero nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 e poi martirizzati il 21 maggio dello stesso anno, sono stati beatificati, insieme con altri dodici martiri d’Algeria uccisi tra il 1994 e il 1996, l’8 dicembre 2018, al Santuario di Notre-Dame de Santa Cruz a Oran, sotto il pontificato di papa Francesco.
All’epoca dei fatti, gli algerini avevano deciso di intraprendere la via del socialismo, ma senza raggiungere i risultati sperati. Nel 1988 il Paese era talmente degradato che i disordini nella capitale e in altre città divennero continui. L’Algeria si consegnò a un Islam rigorista che dichiarava guerra all’Occidente corrotto e allo stesso Islam moderato. L’intera regione di Medea, dove si trovava il monastero, era un feudo del Fronte islamico di salvezza che, nel 1990, aveva vinto le elezioni nella maggior parte dei Comuni algerini. All’inizio del 1992, però, l’esercito decise di intervenire con un colpo di Stato, in seguito al quale vennero annullate le elezioni e venne sciolto il partito vincente. Nacquero immediatamente i gruppi armati dell’Esercito islamico di salvezza e del Gruppo islamico armato. Vennero attaccati anche i civili e si intimò agli stranieri di lasciare subito il Paese, che piombò nel caos e nella guerra civile.
Nemmeno i monaci furono risparmiati. Vivevano un’accoglienza amichevole e fraterna, fiduciosi di essere accolti dai propri vicini. Incarnavano un dialogo della vita, in uno spirito di autentica interculturalità, con il rispetto della fede dell’altro e il desiderio di comprendere l’Islam. Il loro amore per l’Algeria era profondo. Avevano un’attenzione e una delicatezza evangelica verso il popolo, specialmente nei confronti dei più umili, così come dei giovani. E nutrivano un grande senso di appartenenza alla Chiesa algerina.
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di Francesco Antonio Grana


