Sharon Stone vera icona

Foto © SacWebphoto

Attrice, donna libera e combattente: tra cinema, malattia superata, impegno civile e ironia, resta un simbolo di eleganza, intelligenza e coraggio, ben oltre l’etichetta di sex symbol.

Tanti auguri, Sharon. Peccato non poterle dare un bacio: lo so, lo avrete pensato in tanti. Ma il gioco fa parte dell’eterna magìa del cinema, capace di far innamorare lo spettatore di un’immagine. Salvo poi, sul red carpet di un festival o in un occasionale incontro per le strade glamour della città, rimanere delusi per la brusca esecuzione di un selfie o il tirar dritto di fronte all’ennesima richiesta di un autografo. Accade con tanti volti famosi, ma non con lei. Perché Sharon Stone, oltre che fascinosa, è sempre sorridente e disponibile. Non un personaggio che si adegua all’immagine pubblica, ma una donna che ha fatto del suo modo d’essere la sua immagine. Interprete coi fiocchi e donna coraggiosa, dalle idee chiare, ben al di là delle convenienze. Un’icona di stile e di bellezza, si direbbe oggi. Più semplicemente, una persona di carattere che non viene mai meno alla sua innata eleganza.
È questo, forse, il segreto della fama che accompagna la bellissima Sharon fin dal clamore dei suoi primi film: il fantascientifico Atto di forza con Arnold Schwarzenegger e il thriller Basic Instinct con Michael Douglas, entrambi firmati Paul Verhoeven, più il poliziesco Casinò di Martin Scorsese (che le è valso un Golden Globe più la nomination all’Oscar). Erano i primi anni Novanta e, anche se la popolarità non l’ha mai più abbandonata, Stone ha dovuto lottare per non finire ingabbiata dall’etichetta di sex symbol. Affrontando alti e bassi, professionali e umani. Nel 2001, vittima di un ictus cerebrale che le fu quasi fatale, non le fu neppure sufficiente riprendersi miracolosamente imparando di nuovo a camminare, a parlare, a leggere.
«Praticamente, non ricevetti più proposte, ruoli degni di questo nome. A quei tempi, come donna, se ti succedeva qualcosa eri finita», ricorda Sharon, che compirà 68 anni radiosi il prossimo 10 marzo ma non dimentica i tempi bui. «Era come aver fatto qualcosa di brutto o di sbagliato. Quando dissi che volevo tornare sul set mi risposero che potevo fare qualche episodio come guest star della serie tv Law and Order. Nulla di più. Ho passato mesi e mesi senza battere chiodo. Per me lavorare era diventata una vera e propria impresa. Ho tenuto duro».
Ed è proprio grazie alla tv che tornò a farsi notare, vincendo nel 2004 l’Emmy per la partecipazione al serial The Practice. Recitò quindi nella serie The new Pope di Paolo Sorrentino («Per me un genio, un maestro. Andare in Italia, a Cinecittà e rivedere i set di Fellini è stato meraviglioso»).

Il seguito sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

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