Per una vita migliore

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Conflitti e instabilità costringono milioni di persone a lasciare il proprio Paese. A Lampedusa i soccorritori raccontano ciò che accade davvero lungo le rotte del Mediterraneo.

Dal 1990 al 2025 i migranti internazionali sono raddoppiati: da 153 milioni a 304 milioni, il 3,7 per cento della popolazione mondiale. Nel contempo, è aumentata significativamente la cifra dei profughi e degli sfollati, che alla fine del 2024 ha raggiunto il record di 123,2 milioni. Questi numeri, presentati nel 34° Rapporto immigrazione 2025 redatto da Caritas italiana e Fondazione Migrantes, narrano efficacemente una complessa realtà.
Come afferma l’Alto commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi, «viviamo in un periodo di instabilità nelle relazioni internazionali con la guerra moderna che crea uno scenario fragile, segnato da un’acuta sofferenza».
Anche papa Francesco in molteplici occasioni ha ripetuto che è in atto una vera e propria guerra mondiale a pezzi. In presenza di conflitti – sia di quelli che trovano evidenza sulle prime pagine dei giornali, come Gaza, Ucraina, Afghanistan, sia di quelli meno noti, come Sudan, Venezuela, Myanmar – le persone sono indotte, se non obbligate, a lasciare la propria casa alla ricerca di condizioni migliori, con l’urgenza di trovare in ogni modo strade, oltre che soluzioni, per espatriare.
Quando le vie legali vengono sistematicamente sbarrate, come capita ora in gran parte dei cosiddetti Paesi ricchi, l’irregolarità si trasforma in una risposta dal basso: da qui originano i lunghi tragitti a piedi attraverso i Balcani o le estenuanti traversate del Sahara e, per i pochi che riescono a sfuggire alla detenzione in Libia, la partenza in barca, di notte o in condizioni di precaria e rischiosa navigabilità, nel disperato tentativo di evitare le motovedette libiche.
Chiara Gasparini non ha ancora compiuto trent’anni, è medico, e da qualche tempo la sua vita si divide tra il Nord Italia, dove risiede, e Lampedusa, dove è impegnata nelle operazioni di primo soccorso dei migranti che arrivano sull’isola: «Ho svolto gran parte delle missioni con il Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta fornendo supporto sanitario sulle motovedette della Guardia costiera o della Guardia di finanza», racconta. «L’ultima volta ho, invece, prestato servizio nell’hotspot, il centro di prima accoglienza che, solo da gennaio ad aprile 2025, ha registrato il transito di circa 9.200 persone». L’operosità di questa struttura, in cui i migranti vengono visitati per la prima volta, è garantita da lavoratori e volontari. In poco più di due anni sono oltre 135 mila i naufraghi, quasi sempre torturati e traumatizzati, che qui hanno trovato cure, supporto, accoglienza.
«Sulla nave lo spazio è ridotto, perciò si effettua una valutazione d’urgenza per accertare che le persone siano in grado di svolgere le funzioni essenziali. Chi presenta segni di malessere viene stabilizzato sul posto, sapendo che, dopo poche ore di navigazione, si raggiunge un presidio attrezzato per un’assistenza più completa», spiega la dottoressa. «Questo non vale per i naufragi, che sono tutt’altro che infrequenti e durante i quali capita di dover effettuare interventi salvavita o parti d’emergenza. Operare a bordo è emotivamente più gravoso rispetto al lavoro a terra, perché significa prestare assistenza in mare aperto, mantenendo prontezza e vigilanza mentre le persone vengono recuperate».

Il seguito sulla rivista.

di Marta Perrini

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