La prova dell’invisibile

Il magistrato Paolo Toso firma un legal thriller che coinvolge e fa riflettere.
Perché un giallo giudiziario rispetti il suo patto di verosimiglianza con il lettore occorre che i personaggi inventati si muovano in un contesto reale: basta un errore di procedura per far implodere un legal thriller. Eppure capita non di rado di incappare in sviste, più o meno appariscenti: requisitorie che diventano arringhe, giuramenti all’americana in aule di tribunale italiane… Un rischio che non si corre con Paolo Toso, autore di vari gialli giudiziari, l’ultimo, La prova dell’invisibile, uscito da poco per Scritturapura. Per lui la narrativa è, per dirla con Primo Levi, un «altrui mestiere».
Toso nella vita fa il magistrato e i ferri del suo vero mestiere avvitano senza incertezze le scenografie giudiziarie in cui prendono vita i personaggi dei romanzi.
Dottor Toso, perché il racconto del crimine ci attrae tanto?
«Spero non derivi solo dall’amore per l’enigma che molti hanno, ma da qualcosa di più profondo come il sentirsi tutti parte della comunità ferita dal delitto; dalla percezione, magari non del tutto cosciente, che il delitto è un fatto pubblico, una lesione alle relazioni sociali che non riguarda solo le persone direttamente coinvolte, ma l’intera società».
Dalla scrivania di un pubblico ministero si vede il lato oscuro della vita. Inventare storie è terapeutico?
«Per me è una via di fuga: mi piace poter parlare di delitti, uscendo dal tecnicismo del Codice penale, con il linguaggio delle persone comuni. Il pubblico ministero lavora sul confine tra il fatto e il diritto: quello che nella quotidianità mi separa dal possibile colpevole o dalla possibile vittima è una striscia di legno a forma di scrivania, al di là della quale ci sono gli eventi della vita. Mentre lavoro sono il primo soggetto che determina l’incontro tra diritto e vita. Finché sono dietro la scrivania lo devo fare in modo tecnico, quando vado in ferie, rimedito cose che mi sono successe in modo meno tecnico, più umano e, attraverso una matita e una moleskine, recupero un po’ del sogno che avevo da sempre di scrivere liberamente».
Anche il linguaggio tecnico degli atti processuali è una gabbia?
«In qualche modo sì, un gergo da addetti ai lavori. Mi viene in mente il mio primo romanzo: c’è un signore accusato di un reato che ha commesso senza rendersene conto. Quando vede che gli si contesta una “turbata libertà degli incanti” si chiede: “Che incanto ho turbato?”. Ma pensa allo stupore di chi si trova davanti una cosa incantevole, non certo a un appalto truccato».
Determinare una trama riconcilia con il rischio di vedere per deformazione professionale solo il negativo dell’umanità?
«In realtà nel lavoro quasi sempre ci si rende conto che anche nel mafioso incallito o nell’assassino ci sono lampi di umanità che magari non vengono esplorati nell’ambito delle indagini, ma che tu cogli in alcune sfumature e allora quando la persona indagata o imputata esce dall’aula o dalla tua stanza, e non la vedi più, ti domandi: ma che cosa succederà poi nel resto della sua vita? Scrivere romanzi è un modo di soddisfare con la fantasia questa curiosità».
Il seguito sulla rivista.
di Elisa Chiari


