«Io, nei panni della Divina»

Nel nuovo film di Pietro Marcello, Valeria Bruni Tedeschi interpreta Eleonora Duse, pioniera delle attrici moderne e paladina della libertà delle donne.
Non deve dimostrare più niente a nessuno, dopo quarant’anni di carriera e un centinaio di titoli, tra grande e piccolo schermo, tra cui spiccano film come La regina Margot di Patrice Chéreau, La parola amore esiste di Mimmo Calopresti, Tickets di Ermanno Olmi, La balia di Marco Bellocchio, Baciami ancora di Gabriele Muccino, Il capitale umano e La pazza gioia di Paolo Virzì, Parigi: tutto in una notte di Catherine Corsini. Eppure, malgrado cinque David di Donatello e un premio César, ogni volta che torna sul set lo fa con lo stesso slancio, l’ansia di immedesimarsi nel personaggio, i dubbi che provava agli esordi. È questione di carattere, lei è fatta così. Prendere o lasciare. I maggiori cineasti europei, ormai, se la contendono inviandole copioni che possano persuaderla ad accettare mercé le sensazioni che traspaiono dalle loro righe. Ma lei non disdegna neppure le proposte di registi esordienti che sappiano catturarla con la loro visione. Perché Valeria Bruni Tedeschi, davanti alla cinepresa, ha bisogno di emozionarsi.
«In questo sì che io ed Eleonora Duse ci somigliamo», dice di getto Valeria a proposito dell’omonimo film di Pietro Marcello presentato alla Mostra del cinema di Venezia e ora nelle sale. «Sul piano fisico, non c’è stato nessun tentativo di accostarmi alla sua figura, non ne sarei stata capace. D’altra parte, il regista non voleva un biopic. Alla sceneggiatura ha aggiunto una ventina di libri su di lei: mi sono serviti più del copione per arrivare a capire la dimensione d’artista, il suo essere pioniera delle attrici moderne che hanno la forza di scegliere, il suo spirito d’iniziativa a difesa della riservatezza e della libertà che la portò a fondare la Libreria delle donne. Non per nulla, ventisettenne, in pieno romanticismo ottocentesco, piantò in asso l’uomo con cui, quasi casualmente, aveva avuto sua figlia Enrichetta cui fu sempre legata».
Sullo schermo la suggestione di Duse è potente. Sarà per gli splendidi costumi, per la magia del teatro evocata in un’epoca in cui il palcoscenico, con la prosa e la lirica, era l’unico punto d’incontro tra artista e pubblico. Sarà per lo stato di grazia della protagonista. «Tutto nasce dalla possibilità del nostro incontro immaginario. Ho cercato di parlare con lei e mi sembra di averla conosciuta, come fa un’amica», spiega. «Pietro mi ha lasciato la libertà di parlare di ciò che umilmente ho capito e non ho capito del lavoro di attrice, della vita, dei rapporti amorosi, dei figli. Vengono fuori le mie inadeguatezze, i difetti. Proprio così come ne aveva la Duse, che li ammetteva e ne parlava».
Il film racconta gli ultimi anni della Divina, il crepuscolo di un’attrice che aveva conquistato il pubblico di qua e di là dell’oceano per lo stile unico, la naturalezza di un’interprete che in scena sembrava non recitasse. Parte del racconto è vista attraverso gli occhi della figlia, che rievoca i luoghi della loro vita: Asolo, Chioggia, Venezia. La passione della madre per Ibsen, tante volte rappresentato.
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di Maurizio Turrioni


