Un vescovo alla sinistra di Dio

Per Luigi Bettazzi ci sono i poveri, le vertenze nelle fabbriche, le Marce della pace, il movimento Pax Christi. Ma anche la preghiera,
la meditazione, l’ascolto. Nel segno del Vangelo e dei documenti conciliari.
Molto più di un ricordo, destinato a sbiadire come una vecchia foto. Luigi Bettazzi è memoria viva. A circa due anni dalla morte, avvenuta il 16 luglio 2023, a un passo dal tagliare il traguardo del secolo (era, infatti, nato il 26 novembre 1923), ciò che ha detto e ciò che fatto mantengono un’inaspettata attualità. La sua vita è un acquerello dai tanti colori. C’è la famiglia, anzitutto: mamma Teresa, premurosa e colta, papà Raffaello, ingegnere, politicamente attivo nelle file del Partito popolare e della Democrazia cristiana, sindaco di Treviso, e poi sette figli, quattro maschi e tre femmine. Luigi era il terzo. C’è il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, che lo volle suo ausiliare, aprendogli le porte del Vaticano II, la “Pentecoste” che lo segnò per sempre, ai cui lavori partecipò assiduamente dal 29 settembre 1963. Ci sono i poveri, a partire dal Patto delle catacombe, firmato il 16 novembre 1965 insieme con altri padri conciliari, 42 in tutto, diventati poi nel tempo 500 vescovi. Ma c’è anche il Canavese dell’Olivetti, della Lancia di Chivasso e del Cotonificio Vallesusa: storie, vertenze, fallimenti che hanno promosso Luigi sul campo defensor civitatis. C’è, ovviamente, Pax Christi: prima la sezione italiana, poi il movimento internazionale, il che significa, tra gli altri, l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romeo e il vescovo Tonino Bello. Ci sono le Marce della pace (le ha fatte tutte finché ha vissuto, ben 55 a partire dalla prima, svoltasi il 31 dicembre 1968, un record). Ci sono i viaggi (otto solo quelli che Bettazzi fece in Vietnam, per tacere di quelli nella Baghdad del dopo Desert Storm, nel 1991, e nella Belgrado bombardata dalla Nato, nel 1999). C’è la Marcia dei 500 a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, nel dicembre 1992, coraggioso esempio di interposizione non violenta, tribolato, sì, ma riuscito. Ci sono quegli atti di alta politica che furono le lettere aperte: oltre a quella indirizzata nel 1976 a Enrico Berlinguer (tra tutte, la più famosa: il leader comunista rispose l’anno dopo), vanno ricordate anche quelle scritte a Benigno Zaccagnini, Bettino Craxi, Carlo De Benedetti, Sandro Pertini, Giovanni Spadolini. C’è, inoltre, il tentativo, fallito, di offrirsi ostaggio – con monsignor Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, e monsignor Clemente Riva, vescovo ausiliare di Roma – alle Brigate Rosse in cambio di Aldo Moro. Ma ci sono pure frammenti apparentemente minori che spiegano il Bettazzi uomo, cristiano, profeta. Le ore trascorse a meditare la Scrittura e a pregare in silenzio, per esempio. Le Messe celebrate ogni giorno, sempre, non importa se all’estero, in condizioni difficili. L’attenzione non episodica per la gente comune, a cominciare dai suoi sacerdoti. La capacità di ascolto, anche di chi lo osteggiava apertamente. La scelta di fare del confronto costante e sincero l’abito quotidiano, cucito su misura per le sue decisioni, dentro e fuori la Chiesa. Luigi Bettazzi è stato ed è ancora un riferimento per molti cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici che intendevano e intendono vivere la fede nella storia aggrappati al Vangelo e ai documenti conciliari.
Il seguito sulla rivista.
di Alberto Chiara


