Hiroshima ottant’anni dopo

Nel 1945 vennero scanciate le bombe atomiche su due città giapponesi, con effetti devastanti. Oggi, in un mondo sempre più instabile, il rischio di un conflitto nucleare torna a incombere.
Sono trascorsi ottant’anni dal lancio della bomba atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945, seguito pochi giorni dopo da quella su Nagasaki. Due eventi che hanno posto fine alla Seconda guerra mondiale, lasciando però un’eredità drammatica e incancellabile. In un mondo oggi ancora frammentato e attraversato da conflitti, quell’anniversario richiama con forza il valore della pace e la responsabilità collettiva di preservarla.
Si stima che gli ordigni abbiano causato fra i 150 mila e i 220 mila morti, quasi esclusivamente civili, senza contare le numerosissime persone che sono rimaste ferite o menomate a causa degli effetti delle radiazioni. È proprio questa la ragione per cui quest’arma di distruzione di massa da allora non è più stata utilizzata, con un tacito accordo tra Stati affinché non si ripetesse l’orrore, il punto di non ritorno. Nonostante queste premesse, dal secondo Dopoguerra in poi, soprattutto nel periodo della Guerra Fredda, ha preso il via la cosiddetta era atomica: lo sviluppo tecnico ha registrato un rapido sviluppo arrivando alla produzione di testate nucleari sempre più sofisticate.
Oggi la fase di pacificazione avviata alla fine del secondo conflitto mondiale si è bruscamente interrotta lasciando numerosi interrogativi sul futuro degli equilibri internazionali e dell’Occidente. L’instabilità è cresciuta sempre di più, toccando l’apice nel 2022 con l’attacco della Russia all’Ucraina e con la revisione della strategia militare russa, che ora contempla l’uso di armi atomiche anche in risposta ad attacchi convenzionali da parte di Paesi dotati di arsenale nucleare.
Gli avvenimenti dello scorso mese, con il bombardamento americano ai siti iraniani, hanno riportato in primo piano nel dibattito l’atomica e la questione della deterrenza.
Al momento oltre l’80 per cento dello stock mondiale di testate, schierate e non, appartiene a due Paesi: Stati Uniti e Russia, seguiti dalla Cina, che ospita il 46 per cento della capacità nucleare complessiva in costruzione. Inoltre, benché Israele non dia conferma, è risaputo che sia in possesso di un arsenale atomico, mentre l’Iran ha reso pubblico un programma nucleare ufficialmente a scopo pacifico, nel quale afferma di non essere interessato allo sviluppo di armi.
Non è, dunque, un caso che il Nobel per la pace 2024 sia stato assegnato a Nihon Hidankyo, la Confederazione giapponese delle organizzazioni delle vittime della bomba atomica e delle bombe a idrogeno. Un riconoscimento per quanto compiuto finora e un incentivo a proseguire un’attività sempre più rilevante, che ricorda al mondo l’importanza del disarmo nucleare attraverso incontri, conferenze, convegni in cui vengono ascoltate le voci dei 107 mila hibakusha, come sono chiamati i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki.
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di Marta Perrini


