Il ritmo del Salento

La pizzica, danza ancestrale che cura l’anima, unisce la festa di San Pietro e Paolo a Galatina e la Notte della Taranta a Melpignano, raccontando il cuore di questa terra, fatta di sole, di mare e di vento.
«Santu Paulu meu de le tarante, ca pizzichi le fimmene a mmenzu all’anche»: molti conoscono questa filastrocca della pizzica taranta, ormai patrimonio di tutti, non solo della gente del Sud Italia. Lo stornello popolare che si canta e si balla in Salento va, infatti, oltre il folklore locale. Perché racchiude l’anima stessa di questo lembo di terra e di mare che guarda a est e che, oggi, sta riscuotendo un successo anche internazionale. Il prossimo 29 giugno, festa di san Pietro e Paolo, è l’occasione giusta per raggiungere la Puglia meridionale e lasciarsi abbracciare da una musica e una cultura che mettono i brividi per la loro intensità.
Certo, il Salento è molto altro. Lu sule, lu mare, lu ientu. Il sole, il mare, il vento. Le spiagge di sabbia di Pescoluse, Torre Pali, Torre Mozza, Torre Vaudo. E poi Lecce, con il suo barocco presente nei numerosi monumenti. E ancora, una cultura enogastronomica che vale il viaggio solo per l’assaggio. Al Salento, in molti casi, è impossibile resistere.
Ma torniamo alla pizzica taranta, la danza che ha fatto breccia nel cuore di molti. Una storia antica, ancestrale. Le donne che ballavano venivano chiamate tarantate, perché – si diceva – morse dalla taranta, un ragno velenoso che popolava le campagne salentine. L’unico modo per essere salvate era la musica e la misericordia di san Paolo. Violino e tamburello suonati per ore e ore, senza cambiamenti di tonalità o di ritmo. Un suono atavico che procurava alle danzanti – alla stregua di alcuni canti e danze di derivazione mistica – una sorta di possessione, in cui il corpo si lascia andare e si fa guarire dalla musica stessa.
Una musica incalzante e frenetica, durante la quale le donne, vestite di bianco e a piedi scalzi, si muovevano febbrilmente finché il veleno non veniva estirpato. A Galatina, borgo salentino dove la pizzica invade ogni via e piazza, ogni 29 giugno si attendeva l’aiuto del santo, con le tarantate che, durante il ballo, venivano asperse dell’acqua benedetta recuperata nel pozzo dedicato all’apostolo, ancora esistente. In quella data le donne chiedevano la grazia a «santu Paulu de le tarante», per tornare alla vita quotidiana ed esorcizzare il male, che spesso coincideva con il male di vivere o con un’oscura malinconia derivante dalle difficili condizioni dell’esistenza. Donne lavoratrici, nascoste al resto del mondo, mogli di contadini e pescatori, molte volte oppresse dal potere degli uomini, inclusi quelli che erano al loro fianco.
Oggi, grazie all’emancipazione femminile all’interno della società, quel giorno di fine giugno si festeggia sempre «santu Paulu meu», ma con un altro stile. Sono le donne a invitare al ballo i partecipanti alla festa. Il centro storico di Galatina accoglie centinaia di visitatori, che si recano in Salento proprio per assistere dal vivo alla danza che guarisce. E ancora adesso accorrono per chiedere una grazia a san Paolo e al suo amico san Pietro.
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di Gianni Di Santo


