Inconfondibile Silvio Soldini

Foto AGF

Il regista, autore del film Le assaggiatrici, che narra la storia di donne tedesche costrette a mangiare il cibo di Hitler per verificare che non fosse avvelenato, ha fatto di nuovo centro. La pellicola è ora nelle sale.

Pochi ma buoni. Silvio Soldini non è uno di quei registi a cui piace lavorare su commissione. In oltre trent’anni di carriera (a rivelarlo, nel 1990, fu L’aria serena dell’Ovest) ha diretto solo dodici lungometraggi. Lasciando però, quasi sempre, il segno. Perché lui le storie ama scovarle e scriverle da sé (con la complicità di Doriana Leondeff, sceneggiatrice con cui ha condiviso quasi tutti i suoi copioni), infischiandosene delle mode e del mercato. Per raccontare storie semplici, personaggi comuni smarriti nelle pieghe della quotidianità, vicende all’apparenza marginali, ma segnate dall’inquietudine e dalla tensione verso il cambiamento: voluto, cercato, temuto. I suoi personaggi catturano lo spettatore, che non può non accompagnarli nel loro percorso, interiore ma sovente anche reale, verso un altrove. Il suo dono, la leggerezza del tocco pur nella profondità dei temi, unito alla capacità di coinvolgere amici attori dalla sensibilità simile alla sua (Fabrizio Bentivoglio, Pietro Battiston, Licia Maglietta, Valeria Golino, Antonio Albanese, Margherita Buy, Alba Rohrwacher fino al grandissimo Bruno Ganz), ha prodotto film amatissimi dalla critica come Un’anima divisa in due, Le acrobate, Giorni e nuvole, Il colore nascosto delle cose e, su tutti, Pane e tulipani, il suo sorprendente e ineguagliato successo al botteghino.
«Ho capito di avercela fatta quella volta che, al mercato, sentii una formaggiaia che diceva: se continua così, faccio come quella di Pane e tulipani», ricorda Silvio, 66 anni, fratello del fuoriclasse della vela Giovanni Soldini. «Il dubbio è sempre stato il tratto distintivo della mia carriera. Fin da quando, a 21 anni, annoiato dagli studi universitari, mio padre ingegnere mi lasciò andare a New York perché capissi se fosse proprio il cinema il luogo giusto per me. Adesso c’è Internet, ma all’epoca bisognava aspettare che i film uscissero in sala. Vedevo, in media, due film al giorno. Tornato in Italia, piuttosto che andare a Roma a fare l’assistente dell’assistente che porta il caffè al regista, preferii girare da solo un filmino, un mediometraggio dal titolo Paesaggio con figure. Per mantenermi, intanto, facevo il traduttore per le soap opera. Sapevo bene l’inglese, lavoravo nella pubblicità».
Il tarlo del cinema non l’ha più abbandonato. Fino a questi giorni in cui esce nelle sale il suo nuovo film: Le assaggiatrici. «Da autore, è sempre bello trovare nuove sfide. Perché ripetere qualcosa che hai già fatto è noioso, mentre, facendo questo mestiere, non si finisce mai d’imparare», dice Soldini, alle prese per la prima volta con una storia di un’altra epoca, un film in costume. «Mi sono innamorato del romanzo di Rosella Postorino che ha vinto nel 2018 il Premio Campiello. Un best seller internazionale, pubblicato in 46 Paesi, ispirato alla testimonianza dell’ultima assaggiatrice di Hitler. Nel 2012, a 95 anni, poco prima di morire, Margot Wolk rivelò di essere stata una delle giovani tedesche costrette ad assaggiare quotidianamente i pasti del Führer, che era ossessionato dalla paura di essere avvelenato. Nessuno aveva mai saputo dell’esistenza di queste assaggiatrici. Postorino raccolse la sua testimonianza ricavandone un romanzo».

Il seguito sulla rivista.


di Maurizio Turrioni

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