La dittatura infinita

Dal 1994 Aljaksandr Lukašenka governa la Bielorussia reprimendo opposizione e diritti civili. Tra brogli elettorali, persecuzioni e una crescente dipendenza dalla Russia, il Paese lotta per la propria libertà.
Il 26 gennaio scorso Aljaksandr Lukašenka è diventato presidente della Bielorussia per la settima volta, dopo aver vinto le elezioni con l’87 per cento delle preferenze. «Un affronto sfacciato alla democrazia», ha dichiarato senza mezze misure Kaja Kallas, rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri.
Il leader, che si fa chiamare batka, «babbo» della nazione, è stato eletto per la prima volta nel 1994 con libere votazioni. Il Paese, che nel luglio del 1990 si era proclamato indipendente dall’Urss, attraversava un momento critico, caratterizzato dalle difficoltà economiche – la produzione lorda nazionale era diminuita del 15 per cento – e dal drammatico incidente alla centrale nucleare di Černobyl, di cui si avvertivano ancora le conseguenze. La crisi identitaria per la recente modifica dell’assetto statale causava inquietudine e incertezza verso il futuro.
In questo frangente è comparsa la meteora di Lukašenka, il quale ha sedotto il popolo con promesse populiste per rivelare poi ben presto il proprio volto autoritario, restringendo poco alla volta le libertà. A lui si deve una sorta di inedito patto sociale fra governo e cittadinanza: la maggioranza della popolazione pareva soddisfatta di barattare diritti politici e civili con la promessa di stabilità.
Al riguardo la grande scrittrice bielorussa Svjatlana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura nel 2015, ha affermato: «Mi azzardo a dire che negli anni Novanta ce la siamo giocata, l’occasione che ci veniva offerta. Rispetto alla domanda: “Vogliamo essere un Paese forte o un Paese degno, in cui si viva bene?”, abbiamo scelto la prima opzione: vogliamo essere un Paese forte. Il tempo della speranza è stato scalzato dal tempo della paura». L’autrice, costretta a lasciare la Bielorussia perché su di lei gravava la calunnia di essere un’agente della Cia, ha fatto ritorno in patria nel 2013, ma sette anni dopo, con la sesta ri-elezione di Lukašenka, ha dovuto cercare riparo in Germania a causa del suo impegno politico a favore di Svjatlana Cichanoŭskaja, l’altra candidata. Prima della sua partenza, Aleksievič era l’ultimo membro del Consiglio di coordinamento di Cichanoŭskaja non in esilio o in arresto.
Anche se da tempo risultavano evidenti i brogli elettorali – basti pensare che le opposizioni non hanno ottenuto alcun seggio nel 2008, nel 2012 e nel 2019 e solo due seggi nel 2016 –, sono state le votazioni di quattro anni fa a suscitare un movimento di protesta mai visto prima, capace di registrare una grande partecipazione femminile e di resistere per quasi dodici mesi.
La reazione è stata violentissima: il 9 agosto, in un solo giorno, sono state arrestate 65 mila persone e chiuse 1.700 ong. Da allora la separazione tra il potere e la società civile è giunta a un punto di non ritorno.
Viasna, la principale organizzazione per i diritti umani, un paio di mesi fa ha diffuso l’ultimo report, nel quale si contano oltre 6.500 persone condannate a varie sanzioni penali, a causa del loro coinvolgimento in casi «motivati politicamente», e oltre 1.700 arrestati solo nel 2024.
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di Marta Perrini


