«Vi racconto il mio Iran»

Il regista Mohammad Rasoulof firma Il seme del fico sacro, storia di una famiglia che riflette quella del Paese, dilaniato tra il desiderio di progresso del popolo e la repressione del regime.
Gruppo di famiglia in un interno. In luogo, però, della parabola aristocratica, filmata cinquant’anni fa da Luchino Visconti (con Burt Lancaster e Helmut Berger), qui ci troviamo di fronte alla tragedia borghese tutta compressa tra i membri di uno stesso nucleo. Un ritratto di famiglia che diventa ritratto di un Paese, l’Iran di oggi dilaniato tra l’ansia di progresso civile della parte migliore del popolo e la repressione del regime teocratico degli ayatollah («Non vi rendete conto che abbiamo tutto il mondo contro?», dice a un certo punto il protagonista ai suoi increduli familiari). Ma non temiate di trovarvi di fronte a un film noioso: Il seme del fico sacro (in questi giorni nelle nostre sale), diretto dal regista Mohammad Rasoulof, è di un minimalismo avvincente, che avvolge lo spettatore piano piano tra le spire fino a fargli sentire il senso di soffocamento provato dalle donne di quella famiglia. E, in generale, da tutte le donne iraniane.
Siamo a Teheran, negli ultimi mesi del 2022. Rezvan (Mahsa Rostami) e Sana (Setareh Maleki) sono due sorelle che, come tutte le adolescenti, sognano e scalpitano per vivere in maggiore libertà. Pur con qualche inevitabile complicità materna, le tiene a freno Najmeh (Soheila Golestani), moglie devota del saggio Iman (Misagh Zare). In casa, comunque, c’è aria di festa. Il capofamiglia, dopo venti anni di indefesso lavoro, ha ottenuto la sospirata promozione a giudice istruttore presso il Tribunale rivoluzionario. Finite le scartoffie, ora sarà lui a interrogare i sospettati e, se del caso, a rinviarli con un’accusa davanti al giudice per l’inevitabile condanna. Maggiori responsabilità, certo, ma anche stipendio più alto, casa più grande e perfino una pistola d’ordinanza (perché non si sa mai). Il guaio è che il passaggio di mansioni coincide con l’esplosione in città delle proteste per la brutale uccisione di Mahsa Amini, la ventiduenne picchiata a morte dagli agenti della “polizia morale” perché non indossava correttamente il velo. Le strade in città rigurgitano di manifestanti, soprattutto studenti e donne. La rivolta sociale giunge in casa di Iman come un’eco sbiadita, tramite immagini e commenti censori della tv. Finché Sadaf, amica del cuore di Rezvan, pure lei al primo anno di università, finisce in mezzo agli scontri con la polizia e ne esce gravemente sfigurata. Le due sorelle vogliono aiutarla e perfino mamma Najmeh, scioccata, non se la sente di abbandonarla. Ma come farlo senza urtare Iman? La tensione in casa aumenta fin quando dal cassetto del comodino sparisce la pistola. Possibile che qualcuno in famiglia remi contro? Iman, affranto, dice che la responsabile non sarà punita, ma che il revolver deve saltare fuori, altrimenti la sua carriera sarà a rischio. Niente. Intanto ogni giorno, in ufficio, deve smaltire sempre più pratiche, tanto da non aver tempo di svolgere i normali interrogatori: i superiori gli intimano di rinviare i sospettati a giudizio, senza farsi scrupoli. È troppo, il suo equilibrio crolla come una diga. Ma il diluvio sarà tutto dentro casa e travolgerà moglie e figlie, trascinandole in un vortice di sospetti e di confronti sempre più violenti. Proprio come accade nelle prigioni di Teheran.
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di Maurizio Turrioni


