Il segreto del ben-essere

La Giornata della felicità è un’occasione per riflettere su ciò che ci rende felici: la connessione con sé stessi, con gli altri, con la natura, l’ascolto del corpo, la capacità di vivere il presente.
Il 20 marzo è la Giornata mondiale della felicità. Come se avessimo bisogno di un momento che ci ricordi, tra le corse e gli affanni quotidiani, che essere felici è importante, che la serenità ne evoca altra perché è contagiosa. Perché chiama gentilezza, allegria, generosità, voglia di fare. Attiva energie e fratellanza. Ma si può parlare di un concetto così personale, quasi intimo, in termini generali? Si può ragionare su questo stato d’animo precario?
Il filosofo Byung-chul Han in La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite (Einaudi) afferma che «abbiamo sempre più allontanato il dolore dalla società, ma senza dolore non può esserci felicità». Dai tempi più antichi l’umanità cerca la felicità e indica – attraverso religioni, dottrine filosofiche, pratiche spirituali – “ricette” più o meno articolate per afferrarla. Annalisa Sutera, psicoterapeuta a orientamento etno-sistemico-narrativo, ne circoscrive qualche tratto e prova a spiegare come essa sia correalata anche al nostro corpo.
«Penso, ad esempio», racconta, «ad alcune condizioni di povertà nei Paesi in via di sviluppo, nei quali mi sono trovata. Qui c’è una sorta di cortocircuito: le persone si mostrano felici, ballano, cantano, e si viene inesorabilmente contagiati da questa allegria, espressa dai corpi di chi vive nell’estrema marginalità».
Cosa suggeriscono queste esperienze?
«Che la felicità non è qualcosa di esterno a noi che possiamo illuderci di carpire, ma che è un insieme di processi dinamici e complessi che riguardano noi stessi e il mondo che abitiamo, oltre alle esperienze e ai significati che attribuiamo. Felicità è una condizione nella quale, nonostante il contesto sfavorevole, istintivamente viene voglia di ballare. E un corpo felice è un corpo vitale, energico, abituato a stare a contatto con lo spazio e con la natura. E anche a faticare, vivendo così l’esperienza della sofferenza che abbiamo bandito. I corpi delle persone con un tono dell’umore basso, invece, sono spenti, chiusi, evitano la relazione con l’ambiente circostante, sono come intorpiditi anche rispetto al piacere, oltre che al dolore. Le relazioni dei corpi tendenti alla felicità sono rivolte verso l’altro, verso la natura e gli altri esseri viventi. Dovremmo lasciarci ispirare dai corpi dei bambini piccoli – durante quella che, non a caso, chiamiamo fase di sviluppo senso-motoria, perché in costante esplorazione e relazione con l’ambiente, attraverso il corpo in movimento e i sensi –, invece di censurare la gioia con stili di vita e abitudini che ci portano altrove».
Il seguito sulla rivista.
di Marta Perrini


