«Il mio film tra noir, musical e melò»

Foto AGF

Il regista Jacques Audiard racconta Emilia Pérez, una pellicola bizzarra, nelle sale dal 9 gennaio, ambientata tra i narcos messicani, che è in fondo un inno a essere sé stessi e a esprimere la propria identità.

Il film che non ti aspetti. Una vicenda talmente bizzarra, capace di dipanarsi tra eccessi e asperità, che l’anticipazione della trama, sul programma quotidiano del 77° Festival di Cannes, aveva fatto arricciare il naso. Seduto nella sala della Croisette, ero quasi prevenuto. Invece Emilia Pérez di Jacques Audiard mi ha conquistato. E con me gran parte dei critici e degli addetti ai lavori accreditati all’evento, tanto che alla vigilia del Palmarès era il titolo favorito per la Palma d’oro, andata invece ad Anora dell’americano Sean Baker (grazie soprattutto alla connazionale Greta Gerwig, regista di Barbie, influente presidente della giuria). Resta, però, viva l’impressione per questo effluvio di avventure, emozioni e sentimenti degno del miglior Almodòvar, ma con l’asciuttezza tipica di Audiard. Una storia noir, essendo ambientata tra i narcos messicani. Ma anche melò, dato che la protagonista è pronta a sfidare tutto e tutti pur di obbedire a ciò che sente nell’animo. E molto musicale, perché nei momenti clou sia la protagonista sia gli altri personaggi si esprimono sui ritmi latino-americani. Senza forzature, ma come naturale evoluzione del contesto. Un miracolo di equilibrio e delicatezza che inchioda lo spettatore alla poltrona per oltre due ore.
All’inizio c’è un energumeno, Manitas, coi denti d’argento e il naso rotto da pugile, spietato boss di un cartello messicano. Il solito film sui narcos? Non proprio. A sparigliare tutto è il ruolo dominante che femminilità e sentimenti hanno nella storia. Al fianco di lui c’è la giovane moglie Jessi (Selena Gomez, ex reginetta Disney), che gli ha dato due figli e lo ama davvero convinta che in lui ci sia del buono. Poi c’è la spregiudicata avvocatessa Rita (la Zoe Saldaña di Colombiana e Avatar), abituata a riciclare denaro sporco e a tirare fuori dai guai i suoi discutibili clienti. Il boss le rivela il suo desiderio più inconfessabile e il pazzesco piano che cova da anni. La cosa è assurda, eppure, da donna, lei capisce e senza scomporsi lo asseconda. Lo fa scomparire, dandolo per morto, poi gli procura un bravo chirurgo che lo operi e lo trasformi nella donna che ha sempre sentito di essere. Lui assume l’identità di Emilia Pérez e ci mette qualche anno a metabolizzare la transizione di genere. Poi decide di tornare in Messico e si presenta come cugina dello scomparso Manitas. Sia Jessi sia i due figli le si affezionano presto, ritrovando in lei tante cose dell’uomo che è sempre loro mancato. C’è, però, di più: Emilia comincia ad aiutare le donne i cui mariti sono stati vittime dei narcos. Scoprendo la femminilità, ritrova, infatti, anche i valori, si redime. Il mondo salvato dalle donne. Storia che colpisce non solo per l’originalità, ma anche per l’energia e la grazia di questo melodramma costruito sulle musiche di Camille e Clément Ducol e sulle coreografie di Damiel Jalet, il cui merito è di aver fatto dei numeri che integrano la trama. Insomma, un narcos-musical che è un inno alle donne e ha raccolto a Cannes applausi a scena aperta.

Il seguito sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

Lascia un commento