Quel Leone di Pedro Almodòvar

Il nuovo film del regista spagnolo, La stanza accanto, ora nelle sale, ha vinto il premio alla Mostra di Venezia. Una pellicola che parla di malattia ed eutanasia senza retorica né sentimentalismi.
Finalmente. A 75 anni, gran parte dei quali vissuti sul set dando voce a forti sentimenti e a chi, al cinema come nella società, viene emarginato, Pedro Almodòvar ha ricevuto la vera consacrazione a livello europeo: il suo nuovo film La stanza accanto (nelle sale italiane dal 5 dicembre) ha vinto il Leone d’oro della Mostra di Venezia. Sulla laguna lui aveva già ricevuto il Leone d’oro alla carriera cinque anni fa. Stavolta, però, a essere premiata è stata proprio una sua pellicola e si tratta di un riconoscimento che finora gli era sempre sfuggito. Amato da milioni di spettatori nel mondo per titoli come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Tacchi a spillo, Tutto su mia madre, Volver, Julieta, Parla con lei, Dolor y Gloria, il più famoso regista spagnolo di sempre (assieme al non meno scandaloso Luis Bunuel) aveva collezionato finora innumerevoli premi per sceneggiatura e regia. Nei suoi confronti è stata più generosa Hollywood, che gli ha già attribuito due Oscar: per il miglior film straniero (Tutto su mia madre) e per la sceneggiatura originale (Parla con lei). A riparare all’ingiustizia, colmando un vuoto che rischiava di assumere il sapore di una sorta di ostracismo, è stata la giuria dell’81ª Mostra del cinema, tra i cui membri c’era il nostro Giuseppe Tornatore, presieduta dall’attrice Isabelle Huppert. «Pedro ci è piaciuto per come sa trattare temi toccanti e commoventi», ha sottolineato l’artista francese. «Il suo è un film filosofico che ci fa pensare a cosa significhi essere vivi. Il cinema è in gran forma, siamo fortunati: seduti su una sedia, abbiamo tutto il mondo davanti».
Altrettanto lusinghiero il giudizio di Paolo Mereghetti, il principe della critica italiana: «Ha vinto il film decisamente più bello e va dato merito a questa giuria. Troppe volte giurie farcite di star senza vera cultura cinematografica, vedi le ultime edizioni di Cannes, avevano partorito verdetti azzardati. Non questa volta. Sono felice per Almodòvar».
La pellicola è essenzialmente una storia di amicizia tra donne, «forte come una love story», puntualizza Tilda Swinton, che ne è la protagonista in coppia con Julianne Moore. La prima impersona Martha, una affermata corrispondente di guerra passata dalla Bosnia all’Iraq. L’altra interpreta Ingrid, scrittrice di un certo successo. Le due, da giovani, erano state colleghe in una redazione. Poi si erano perse di vista, pur rimanendo assai legate. Adesso si ritrovano proprio quando Martha, allo stadio finale di un tumore non più curabile, è costretta a fermarsi.
«Il film parla di una donna che sta morendo in un mondo che, sappiamo, sta agonizzando. E di chi decide di condividere con lei i suoi ultimi giorni», spiega il regista che per il suo primo film girato in inglese si è ispirato al romanzo Attraverso la vita di Sigrid Nunez. «Accompagnare un malato terminale, saper stare al suo fianco, è una delle grandi qualità che possediamo. E credo che morire con dignità sia un diritto fondamentale. Martha si dice: se arrivo prima io, il tumore non l’avrà vinta. Trova il modo di farlo con la sua amica. Mi sembra terribile che debbano comportarsi come se fossero criminali, che debbano sopportare l’interrogatorio di un poliziotto troppo zelante. Non è una questione politica ma umana. Mi rendo conto che è una scelta che va contro ogni credo nel quale Dio è l’unica fonte di vita. E io ho rispetto per tutte le religioni. L’essere umano, però, deve essere libero di vivere così come di morire, almeno quando la vita è diventata insopportabile. La Spagna è stata il quarto Paese europeo a darsi una legge sull’eutanasia, legge che dovrebbe esistere in tutto il mondo».
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di Maurizio Turrioni


