La guerra delle madri

L’8 maggio non ci sarà alcuna festa. Non per le mamme ucraine e per quelle russe, che hanno perso i loro figli nei combattimenti. Non per Olga, Maryna, Yelena, Natalia. E per tutte le donne che hanno sofferto e che oggi sono chiamate a essere testimonianza viva contro il conflitto. 

La guerra è una pazzia. Lo dice papa Francesco. Lo dice il cuore di ognuno di noi. Lo sanno benne le donne che oggi vivono sotto i bombardamenti, a Kyiv, Kharkiv, Mariupol, proteggendo quanto hanno di più caro: i propri figli. Se un conflitto è un dramma che si consuma, oltre i diabolici interessi di parte e la smoderata e impudica voglia di potere, sulla pelle degli innocenti, sono le madri a portare la croce più gravosa. Sono costrette alla speranza. Non possono cedere, mostrarsi deboli, arrendersi al nemico più subdolo: la rassegnazione. Devono andare avanti, sulle strade costellate da crateri, sotto la pioggia di missili, infilandosi in bunker scuri saturi di fiati, narrando cieli stellati e campi di grano. Sì, sono le madri che conoscono il dolore, la spada che trafigge il cuore e la gioia di un sorriso di resurrezione. 

OLGA
Olga sembra una bambina, ha poco più di vent’anni. Con il suo Dmytro viveva in uno dei distretti di Kyiv. Assediata. Come tutti ostaggio dei combattimenti tra l’esercito ucraino e quello degli invasori russi. La notte ritmata dall’urlo delle sirene e dal sibilo dei razzi. Con l’eco degli spari in lontananza, la quotidianità al buio: cercare le proprie certezze a tentoni, i vestiti addosso per il freddo, lo zaino pronto per la fuga, il sonno che non riesce a farsi spazio nella ridda di pensieri. E  poi il seno dolorante a cui dare sollievo attaccando quelle labbra avide di sogni e dolcezza che la tengono incollata alla vita. 
È successo tutto all’alba, quando le speranze si fanno più corpose dopo aver dissipato i terrori della notte. Stava allattando e Dmytro si era finalmente abbandonato a un doppio sfinimento, quello sano di un padre con una figlia di un mese e quello ingiusto e insensato di chi deve proteggere la sua famiglia. Un istante di distrazione, un cedimento alla tenerezza, l’abitudine alla felicità che riaffiora e poi va in frantumi. Una bomba che centra il loro condominio. Una cascata di calcinacci, travi, schegge. E Olga che con il suo corpo fa scudo all’essere che palpita attaccato al suo seno. È un istinto. Un gesto naturale e magnifico. Il segno di un amore più potente di tutto. Sente il fuoco sulle membra, gli spilli che si conficcano sulla schiena, il sangue che scivola tra i capelli, impastandoli. Ma avverte anche il calore di sua figlia, il suo fiato. Sa che è viva. Che lei l’ha protetta. 
Più tardi in ospedale, la testa fasciata come un soldato colpito in trincea, sporca di guerra e nuda, con sua figlia attaccata al seno e suo marito in piedi, accanto, guarda l’obiettivo. È uno scatto che regala una nuova pietà. La vita che sconfigge la morte imposta. Il suo corpo segnato dalle ferite, quelle risparmiate al suo nuovo, piccolissimo amore, lo sguardo spento, ma la vitalità raccolta nel gesto con cui la sua mano accarezza la testolina della figlia. Non sa cosa l’aspetterà il giorno dopo. Ma oggi ha già vinto. 

Il seguito sulla rivista.

di Cristiana Caricato

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