Perché dobbiamo fidarci della scienza

Il lascito di Galileo Galilei, “padre” del metodo sperimentale, morto l’8 gennaio di 380 anni fa, è ancora attuale e prezioso. Un faro che consente di accrescere il sapere evitando pericolose derive negazioniste.

Se a “padre” Dante dobbiamo la ricchezza della lingua italiana, che egli ha messo alla prova di tutti i registri in quel capolavoro ineguagliabile che è la Divina Commedia, è a un altro grande italiano morto l’8 gennaio di 380 anni fa che dobbiamo il progresso dell’umanità: dagli antibiotici che ci salvano all’anestesia che ha consentito nell’ultimo secolo lo sviluppo della chirurgia, dal cellulare che abbiamo in tasca alla prima sonda su Marte. Tutto questo nasce indirettamente da un’intuizione di Galileo Galilei, fisico, matematico, astronomo, ma soprattutto “padre” del metodo scientifico sperimentale. Quest’ultimo non esisterebbe se Galileo non avesse cominciato a fare scienza rovesciando il principio d’autorità degli antichi per sostituirlo con la “lettura” diretta di quello che chiamava «il gran libro della natura». Fu il primo a intuire che l’osservazione di un fenomeno da sola non sarebbe bastata a comprendere le leggi che lo regolano, individuabili solo attraverso la formulazione di una ipotesi verificata con esperimenti disegnati ad hoc e ripetibili («sensate esperienze») e successivamente formulata in termini matematici («necessarie dimostrazioni»). Sono tuttora i punti cardine del metodo che separa ciò che è scientifico da ciò che è altro. 
A quasi quattro secoli di distanza tutto ciò dovrebbe essere un dato acquisito, generalizzato, e per certi versi lo è, nel senso che costituisce la base comune sulla quale gli scienziati di tutto il mondo dialogano e si comprendono tra loro, come la tragica esperienza condivisa della pandemia ci ha dimostrato. Non è, però, ancora abbastanza dominio comune: anche nei Paesi avanzati assistiamo, infatti, a derive antiscientifiche capaci di convincere le persone a dare ascolto a suggestioni infondate, che possono mettere in pericolo vite. Accade perché tanti, pur rimasti a lungo sui banchi di scuola, troppo spesso vi hanno appreso solo sparse nozioni scientifiche, ma non il “nocciolo duro” che serve a consolidarle e a fidarsi della scienza in quanto tale, ossia il fondamento del metodo induttivo sperimentale e del campione statistico, che è ciò che distingue un dato scientifico da un’opinione, da una percezione individuale che può essere fallace o casuale.  

Il seguito sulla rivista.  

di Elisa Chiari

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