Il cammino della nonviolenza

Il 1° gennaio si celebra la Giornata mondiale della pace. Da Rosa Parks a don Zeno Saltini, da Nelson Mandela a Danilo Dolci, ricordiamo chi si è speso a favore del dialogo, della fraternità, dell’inclusione e dello sviluppo sociale e culturale.

La parola nonviolenza è la traduzione letterale del termine indiano ahimsa. La ritroviamo nella tradizione giainista (fine VI secolo a.C.) e anche nel buddismo (V secolo a.C.). Tale concetto attraversa tutta la Bibbia, intrecciato spesso con il male, le perversioni, i meccanismi di una multiforme aggressività. Nelle pagine ci si imbatte in numerose immagini di Dio intrise di violenza, immagini anche contraddittorie, che scandalizzano. Il testo sacro affronta la violenza per mostrarne il carattere odioso e denunciarla come il peccato fondamentale. Nello stesso tempo la esplora in modo da riconoscerla. La guarda in faccia e arriva a formulare l’idea di un futuro senza violenza, a intravedere una possibilità di vita nella mitezza. Nella Bibbia possiamo rintracciare il lungo, faticoso cammino dalla violenza verso la nonviolenza.  Nel libro di Isaia troviamo l’attesa di una svolta epocale della storia umana, quando i popoli cambieranno la loro politica militarista in azione pacifica: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, nessun popolo alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4).
Ed emerge il sogno di una pace cosmica: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello» (Is 11,6-8). 
In Gesù si afferma uno stile profondamente nonviolento: «Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello» (Mt 5,38-45). Il Signore chiede di fronteggiare i violenti non con un atteggiamento puramente passivo, subendo, ma con una reazione attiva, dotata di una forza provocatoria. Porgere l’altra guancia è un comportamento di sfida, finalizzato a far cambiare il violento. Un modo per vincere l’ostilità del prepotente e conquistarlo. 
L’apice di ciò viene svelato nella Pasqua. Cristo crocifisso è pronto a subire la morte più ingiusta e atroce per dare la vita. Dio non rimane passivo, ma compie un gesto creativo di vita nuova, facendo di Gesù crocifisso il primo cittadino di un mondo nuovo, il centro aggregante di un’umanità in cui giustizia e pace si baceranno. Nel risuscitare suo Figlio, Dio gli ha reso giustizia, dichiarando la sua innocenza di fronte a tutti. È una giustizia senza alcuna violenza punitrice, la sua azione consiste nel riabilitare il perseguitato.
Ritroviamo costantemente, in tutta la storia, questa logica della nonviolenza. Nei primi secoli, per esempio, i cristiani si rifiutarono di difendersi militarmente dalle persecuzioni e in generale di portare la spada. Nel Medioevo, oltre i catari e i valdesi che rimasero fedeli alla nonviolenza, Francesco d’Assisi offrì un modo nuovo di rapportarsi con il diverso: dall’incontro con il sultano a quello con il lupo. Il principio della fraternità e della nonviolenza evangelica plasma ogni relazione.

Il seguito sulla rivista.

di Francesco Zecca

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