Maternità da tutelare

Oggi le gestanti e le neo-mamme che lavorano godono di tutele sanitarie e legali. Nonostante ciò, la piena parità tra donne e uomini, a livello occupazionale, ancora non è stata raggiunta.

Nel 1971 in Italia la legge 1204 cambiò le regole per le madri lavoratrici. Cinquant’anni dopo, società, donne e lavoro sono profondamente diversi da allora. Anche le normative sono state aggiornate con nuove tutele e diritti, estesi ai padri e agli affidatari dei bambini, a conferma del fatto che la parità di genere è un beneficio per tutti, non solo per le donne. Eppure gli indici di occupazione femminile nel nostro Paese sono tra i più bassi in Europa (peggio di noi, solo la Grecia), soprattutto se si tratta di madri. E non è tutta colpa della pandemia. Il principale problema resta, infatti, un welfare carente, sempre più indebolito e incapace di attutire i colpi inferti dall’assistenza ai genitori anziani e dagli spostamenti in città che richiedono sempre più tempo.

Tutela lavorativa 
Il congedo di maternità, cioè un periodo di assenza dal lavoro retribuito, va dai due mesi precedenti al parto ai tre mesi successivi. Dal 2019, se il medico approva, le future mamme possono lavorare fino al nono mese, spostando così il periodo di astensione di cinque mesi a dopo la nascita del bebè. Nel 2012 è stata introdotta la possibilità per la madre lavoratrice di richiedere, al termine del periodo, in alternativa al congedo parentale, un contributo per il pagamento dei servizi di baby sitting che può essere erogato attraverso il sistema dei buoni lavoro. Nel 2015, il cosiddetto Jobs act ha riconosciuto a entrambi i genitori il diritto di astenersi dal lavoro facoltativamente e contemporaneamente entro i primi anni di vita del bambino tramite i congedi parentali. Nei primi sei anni, le mamme e i papà che ne usufruiscono, optando per la fruizione giornaliera oppure oraria, hanno diritto a una indennità pari al 30 per cento della retribuzione.

Il seguito sulla rivista.

di Elisabetta Gramolini

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