Meravigliosa per sempre

Raffaella Carrà è stata uno dei pilastri della tivù italiana. Ma anche una donna libera e indipendente, che ha contribuito a modernizzare la società. Un mito, un’icona che resterà nel cuore di tutti.

Durante l’estate è stata una sorta di tormentone. Non c’è stato giorno (o quasi) che non si parlasse di lei. Che in tivù non ci fossero trasmissioni in suo onore. Che lei stessa, in versione amarcord, con il suo caschetto biondo e il suo indimenticabile sorriso, non trionfasse sulla copertina di qualche giornale. E, ancora, che migliaia di fan non visualizzassero sul web i video delle sue straordinarie performance. Molta gente comune l’ha celebrata, oltre a tanti colleghi del mondo dello spettacolo, a cominciare da Renzo Arbore e Pippo Baudo per arrivare a Sergio Japino, suo compagno per un lungo tratto di vita, ma anche complice, come autore e regista, dei suoi maggiori successi televisivi. Perché Raffaella Carrà non era soltanto la regina della televisione (moderna show girl e cantante da 60 milioni di dischi venduti), ma era soprattutto un personaggio familiare. Di tutti. La Raffa nazionale. Basti pensare al funerale, al quale hanno partecipato in tantissimi. Mi avrebbe fatto piacere essere tra loro. Non tanto per averla conosciuta e intervistata, quanto per riconoscenza per i momenti piacevoli trascorsi con lei davanti alla tv.
Tra noi c’erano una dozzina di anni di differenza, per cui anch’io, da ragazzo, avevo fatto in tempo a infatuarmi del suo ombelico nudo durante la sigla di Canzonissima 70 (la fortunata Ma che musica maestro! danzata con Enzo Paolo Turchi) e poi di nuovo impudicamente sfiorato da Alberto Sordi mentre mimava con lei il rivoluzionario balletto del Tuca Tuca, nello show del sabato sera dell’anno dopo. Logico, perciò, che fossi un po’ agitato quando, nei primi anni Ottanta, fui mandato dal giornale per cui allora lavoravo a intervistarla per lo straordinario successo di Pronto, Raffaella?, il primo programma di mezzogiorno della Rai che raggiunse picchi di milioni di spettatori durante il famoso gioco telefonico in cui i concorrenti dovevano indovinare il numero dei fagioli chiusi in un vaso di vetro. Ora sembra preistoria della tv, ma allora fu una piccola rivoluzione che avrebbe aperto una nuova stagione televisiva.

Il resto sulla rivista.

di Maurizio Turrioni

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