L’ottimismo e la profezia che si autoavvera

Ci sono insegnamenti che non si dimenticano. E ci si accorge, a distanza di anni, di quanto abbiano forgiato il nostro carattere e il nostro approccio al mondo.
Ricordo ancora, molto bene, le parole di Salvatore Vinci, mio professore di Economia politica all’università di Roma La Sapienza, purtroppo, deceduto nel 2009. Durante le sue lezioni, affollatissime, ce ne diede una ancora attuale. «Dimenticherete i grafici di macroeconomia e di microeconomia, le teorie di Keynes o di Malthus», sosteneva, «ma ricorderete questo: dovete affrontare la vita con spirito sempre positivo perché è una legge economica che, se avete la mente costantemente protesa a pensare al peggio, metterete in atto, consapevolmente o meno, dei comportamenti che quel peggio faranno verificare. E così, anche se in premessa non c’erano elementi per uno scenario negativo, voi stessi lo provocherete». Il suo non era l’invito a un ottimismo irragionevole. Cercava di insegnarci a coltivare la fiducia nei nostri mezzi e nella buona fede altrui. A relazionarsi agli altri pensando di loro meglio di quel che sono, anche quando se ne intuiscono la meschinità e la grettezza.

Il resto sulla rivista.

di Annachiara Valle

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